Arcade Archives 2 Galactic Warriors Recensione: il risveglio dei titani

Galactic Warriors

Scorrere le voci del menu di avvio di Galactic Warriors (conosciuto in Giappone anche come Ginga Juushi, I Moschettieri della Galassia) all’interno della collana Arcade Archives è qualcosa che trascende il semplice atto di giocare, ma è come sollevare con reverenza un velo di polvere da un reperto prezioso e dimenticato, un oggetto che molti di noi, tra l’odore pungente di ozono, il fumo di sigaretta e le luci intermittenti delle sale giochi degli anni ’80, avevano dato per smarrito nei meandri dei ricordi collettivi. All’epoca, Konami stava vivendo un’autentica età dell’oro creativa, in cui ogni uscita sembrava destinata a riscrivere le regole del divertimento elettronico. Con Galactic Warriors, l’azienda di Osaka decise di spingere l’acceleratore su un hardware futuristico e capriccioso: il fantomatico Konami Bubble System, una tecnologia d’avanguardia basata sulla bubble memory, una memoria non volatile in cui i dati erano minuscole bolle magnetiche che scorrevano lungo percorsi chiusi sotto l’azione di un campo magnetico, consentendo una memorizzazione stabile ma lenta e seriale. Il supporto non serviva soltanto per l’archiviazione, ma costituiva quasi un rituale tecnologico: chiunque abbia frequentato i locali provvisti di tali cabinati, rammenta il suggestivo tempo di riscaldamento richiesto dalla scheda madre; una schermata di attesa accompagnata da una melodia dedicata, la cosiddetta “Morning Music”, necessaria per stabilizzare la temperatura dei chip prima che il codice potesse finalmente trasformarsi in gioco. Galactic Warriors è stato anche il primo picchiaduro a presentare combattenti con set di mosse individuali, un’innovazione che ha cambiato per sempre la concezione dei giochi di combattimento.

Tutte queste precisazioni servono a sottolineare quanto non ci trovassimo di fronte a un semplice esperimento visivo o una dimostrazione di potenza tecnica, ma a un vero e proprio araldo di un nuovo ordine che si stagliava solitario in un panorama ancora dominato da meccaniche rudimentali. Mentre il genere dei beat ‘em up a incontri era ancora allo stato embrionale, influenzato da titoli come Karate Champ o dal più lineare Yie Ar Kung-Fu, quest’ultimo sempre firmato Konami, Galactic Warriors sfoggiava per la prima volta un roster di personaggi con proprietà fisiche e attacchi specifici, decretando la fine della convenzione dei lottatori speculari, quando il giocatore due era solo una revisione cromatica del giocatore uno con le medesime capacità. Konami scelse di proiettarci nell’anno cosmico HIT 30.000, in un contesto di fantascienza robotica dove la narrazione ambientale suggeriva un universo di tornei intergalattici e pesanti lamiere che cozzavano l’una contro l’altra. Le innovazioni introdotte erano sbalorditive per il 1985: il concetto di danno da parata, la possibilità di bloccare gli attacchi mentre si era in volo e una barra della salute analogica che sostituiva i vecchi segmenti a tacche erano intuizioni profetiche, semi gettati in un terreno fertile che sarebbero germogliati appieno solo molti anni dopo, con l’esplosione dei picchiaduro a sedici bit.

Galactic Warriors
Samson e Boreas si sfidano in un duello che mostra la notevole stazza degli sprite, un vanto tecnologico per le sale giochi del 1985

Arcade Archives 2 Galactic Warriors: scintille d’acciaio

La direzione artistica di Galactic Warriors cattura perfettamente l’immaginario dei robottoni che dominavano l’animazione giapponese degli anni Ottanta, a partire dall’impressionante presenza scenica (e citazionistica) dei tre protagonisti. Abbiamo Samson, il modello bilanciato, un robot di medie dimensioni che impugna una spada e incarna l’archetipo dell’eroe d’azione; Gaea, un mecha dalle fattezze femminili, dotata di una velocità sorprendente e dell’iconica capacità di lanciare missili dal petto, resa celebre dalle opere di Go Nagai; infine Poseidon, un colosso corazzato dalla mole massiccia che utilizza un arto estensibile per dominare lo spazio a distanza di sicurezza. Ognuno di loro esprime un’inerzia e una pesantezza deliberate, scelta stilistica consapevole per trasmettere la sensazione di tonnellate di acciaio che si scontrano con violenza. Paragonandolo a titoli coevi come Urban Champion su Nintendo Entertainment System o Kung-Fu Master di Irem, Galactic Warriors appare incredibilmente ricco di dettagli visivi: le armature dei robot presentano riflessi e sfumature che sfruttano appieno la palette cromatica del Motorola 68000, cuore del Bubble System, denotando una profondità che i concorrenti dell’epoca potevano solo sognare.

L’attenzione all’interfaccia utente era altrettanto rivoluzionaria. Sotto la barra della salute, il gioco presentava un’area dedicata alla selezione delle armi, un dettaglio che permetteva al giocatore di sapere sempre quale strumento offensivo fosse abilitato. Ma l’idea più brillante risiede nella gestione cromatica della barra vitale che utilizzava una transizione dinamica dal blu al rosa per indicare chi, tra i due contendenti, stesse subendo la peggio. Se il timer di novanta secondi scade, la vittoria viene assegnata automaticamente a chi conservava la barra di colore blu, un feedback visivo immediato e leggibile che elimina ogni ambiguità sull’esito del round. Il comparto sonoro, pur risentendo dei limiti tecnologici dell’epoca che rendevano i campionamenti a tratti ovattati, conserva quel timbro metallico e incalzante tipico delle produzioni Konami degli anni d’oro. Le composizioni cercano di amplificare la tensione dello scontro, accostate da effetti sonori di esplosioni e lamiere accartocciate che risuonavano con forza nei cabinati dotati di casse di qualità. Per chi è cresciuto in quegli anni, riascoltare oggi la melodia del warm-up del Bubble System è un’esperienza quasi trascendentale, preservata intatta anche in questa conversione, che riporta di colpo davanti a quei monitor CRT bombati.

Galactic Warriors
L’attivazione dello scudo energetico permette di assorbire i colpi, introducendo per la prima volta la meccanica del danno da parata

L’alba del picchiaduro moderno

La giocabilità di Galactic Warriors rappresenta un affascinante anello di congiunzione tra le prime simulazioni di combattimento e i picchiaduro tecnici che sarebbero arrivati più in là. Il sistema di controllo a tre pulsanti è l’elemento che più divide la critica e i giocatori, ma che parimenti contribuisce a definirne l’identità. Ispirato in parte a Champion Boxing di Sega, non abbiamo a disposizione un tasto per ogni attacco, bensì un pulsante dedicato per ciclare tre diverse tipologie di colpi: un pugno standard, un calcio e una mossa speciale unica per ogni robot. Un secondo tasto serve a eseguire l’attacco selezionato, mentre il terzo è dedicato alla parata tramite scudo energetico. È una meccanica che impone un ritmo di gioco più ragionato e meno frenetico rispetto al button mashing che avrebbe caratterizzato molti titoli successivi. Il sistema incita a prevedere le mosse dell’avversario per preparare la risposta corretta in anticipo, accentuando la sensazione di essere ai comandi di un macchinario pesante piuttosto che vestire l’uniforme di un agile lottatore di arti marziali.

Proprio in questa apparente rigidità, fatta di mecha che rimbalzano l’uno contro l’altro al contatto e movimenti intenzionalmente letargici, si scorgono diverse consuetudini rudimentali del genere come la possibilità di eseguire attacchi multipli a mezz’aria, la gestione di colpi di intensità differente e l’introduzione dei proiettili, che Capcom avrebbe poi ripreso, codificato e perfezionato nei suoi Street Fighter. In Galactic Warriors, dobbiamo atterrare su sei diversi pianeti, ciascuno presidiato da boss non giocabili dotati di sembianze uniche: da Urunus a Giger, passando per Boreas e Orion, la sfida è brutale e tarata verso picchi di difficoltà esponenziali, fedele alla filosofia arcade dell’epoca. Il sistema di progressione non prevede l’eventualità di ripetere il match con un altro credito, ma si basa su un numero fisso di vite, proprio come in un action o un platform qualsiasi. Il penultimo boss, Asura, incute soggezione ancora oggi per la spietata efficacia delle sue mosse, un ostacolo quasi insormontabile che richiede nervi saldi e una conoscenza millimetrica dei suoi pattern. Lo scontro finale, un classico mirror match contro una copia del nostro robot, precede un ulteriore loop del gioco ancor più feroce, nel quale sia noi che gli avversari veniamo equipaggiati con un’arma supplementare, una struttura che anticipava concetti moderni di rigiocabilità che oggi diamo quasi per scontati avviando un New Game Plus.

Uno degli scenari alieni che fanno da sfondo ai sei pianeti del gioco, testimonianza della ricca varietà artistica della produzione Konami

Arcade Archives 2 Galactic Warriors: un restauro galattico

Il lavoro di recupero svolto da Hamster Corporation per inserire Galactic Warriors nella sua collana Arcade Archives è un esempio magistrale di come dovrebbe essere trattata l’archeologia digitale. Per decenni, questo titolo è rimasto prigioniero dei circuiti stampati che, a causa della fragilità intrinseca della Bubble Memory, sono andati incontro a un inesorabile processo di degradazione fisica e magnetica. Molti cabinati originali sono oggi inutilizzabili, rendendo questa conversione l’unico modo sicuro e fedele per mettere le mani sul titolo. Hamster non si è limitata a una semplice emulazione, ma ha realizzato una cornice che rispetta la natura ancestrale del codice Konami offrendo però tutti i vantaggi della tecnologia contemporanea. La regolazione granulare della difficoltà e la scelta tra diverse impostazioni di visualizzazione consente di personalizzare le partite secondo i propri gusti, mentre i filtri CRT possiedono la consueta accuratezza e riescono a simulare quel calore visivo, quella leggera distorsione e quella scansione delle linee che rendevano la pixel art tanto accattivante sui display analogici.

L’inclusione di funzionalità moderne come il rewind, che annulla gli ultimi secondi di gioco, e i salvataggi rapidi sono concessioni discrezionali per affrontare la spietata curva di apprendimento degli anni Ottanta, specialmente contro i boss più ostici. Inoltre, rimappare liberamente i comandi sul controller regala una parziale soluzione alla macchinosità del sistema di alternanza delle armi; assegnare la selezione dei colpi ai tasti dorsali o alle levette può rendere il flusso del combattimento molto più naturale per chi teme di fare confusione interagendo solo con i pulsanti frontali. Non vanno dimenticate le modalità Hi Score e Caravan, che insieme alle classifiche online globali, infondono nuova linfa vitale a un titolo che storicamente non ha mai goduto di conversioni domestiche ufficiali prima di questa release. È una vittoria per la preservazione dei videogiochi, che permette finalmente a questo beat ‘em up pionieristico di uscire dall’ombra e di essere giocato su piattaforme contemporanee, dove il gioco beneficia ulteriormente di tempi di caricamento ridotti e una stabilità d’immagine impeccabile.

Rivisitare Galactic Warriors oggi, a quarant’anni dalla sua uscita originaria, è ben più che una semplice manifestazione nostalgica per chi ha vissuto l’epoca dei gettoni e delle sale giochi affollate, ma soprattutto un atto di giustizia storica verso un titolo coraggioso che ha avuto l’ardire di immaginare un futuro possibile, quando il presente era ancora fatto di rigidi paradigmi e blocchi di pixel monocromatici. Osservando le meccaniche del gioco, è impossibile non notare come elementi allora sperimentali, dalla differenziazione netta tra personaggi pesanti e leggeri all’importanza del controllo dello spazio aereo, siano diventati le fondamenta incrollabili su cui poggiano franchise multimiliardari come il già citato Street Fighter, Tekken o Guilty Gear. Galactic Warriors è il padre segreto di molti concetti che oggi diamo per scontati, un anello mancante nell’evoluzione del videogioco competitivo che merita di essere studiato e apprezzato per la sua audacia.


Sebbene la natura arcaica, la rigidità dei contatti fisici e la curva di difficoltà punitiva possano apparire datate o frustranti per i neofiti cresciuti con tutorial e meccaniche di recupero, il fascino intrinseco dei suoi duelli robotici rimane potente e immutato. C’è qualcosa di profondamente appagante nel riuscire a sconfiggere quel penultimo boss che ci aveva tormentato da bambini, o nel padroneggiare quel sistema di switch delle armi che un tempo sembrava così alieno. Hamster Corporation ha consegnato agli appassionati una versione definitiva, pulita e ricca di opzioni che onora il coraggio innovativo di Konami. Galactic Warriors è un acquisto obbligato per chiunque si consideri un cultore della storia del medium, un viaggio a ritroso nel tempo il cui compito è ricordarci che, molto prima dei poligoni e del motion capture, c’erano tre robot, sei pianeti e un’infinita voglia di superare i limiti del possibile. È un’epopea di metallo e circuiti che ora, finalmente, brilla di nuovo con l’intensità di una supernova nel catalogo delle nostre console.


 

Gioca da quando ha messo per la prima volta gli occhi sul suo Commodore 64 e da allora fa poco altro, nonostante porti avanti un lavoro di facciata per procurarsi il cibo. Per lui i giochi si dividono in due grandi categorie: belli e brutti. Prima che iniziasse a sfogliare le riviste del settore erano tutti belli, in realtà, poi gli è stato insegnato che non poteva divertirsi anche con certe ciofeche invereconde. A quel punto, ha smesso di leggere.