AI e Sviluppo: la sentenza di Hideo Kojima e i rischi del connubio

Hideo Kojima

L’opportunità di avvalersi del supporto delle IA generative nel processo di sviluppo dei videogame è da tempo al centro di un acceso dibattito che spazia da considerazioni prettamente tecniche a valutazioni economiche, fino a lambire i confini dell’etica professionale. Nella stragrande maggioranza dei casi, il confronto si limita ad accesi scambi di vedute tra catastrofisti e ottimisti e vanta carattere relativamente aleatorio, ma nel momento in cui una figura del calibro di Hideo Kojima decide di scendere in campo, l’intera questione acquisisce un peso specifico ben diverso. A maggior ragione, poi, quando le conclusioni tratte da quest’ultimo risultino così nette.

Secondo quanto dichiarato dal celeberrimo director nipponico, interrogarsi ulteriormente riguardo la possibilità di implementare questa tecnologia in ambito progettazione costituirebbe un esercizio ormai futile, giacché il suo impiego è di fatto scontato. Ignorando questa risorsa, un’industria che rappresenta un baluardo d’avanguardia per quanto concerne ogni innovazione tecnologica, sconfesserebbe del resto sé stessa e rinuncerebbe a una serie di vantaggi insindacabili.

Lasciando agli scettici il compito di snocciolare tutti i rischi che l’impiego dell’IA potrebbe comportare per gli equilibri concettuali del settore, Hideo Kojima ha preferito dunque concentrarsi sui benefici. A sua detta, questa risorsa assicurerebbe un incremento drastico dei ritmi di produttività alleggerendo, da un lato, il carico degli addetti ai lavori e garantendo, dall’altro, l’occasione di dedicare maggior tempo ad aspetti più strutturali, come l’ottimizzazione delle performance. Automatizzando compiti ripetitivi e annose mansioni tecniche come l’ottimizzazione dei codici o la creazione di ambienti virtuali di base, i team di sviluppo riuscirebbero peraltro a ridurre sostanzialmente i tempi di progettazione, con conseguente diminuzione dei costi di produzione. A detta di Hideo Kojima, quest’ultimo fattore vanterebbe connotati cruciali giacché svincolerebbe le aziende dal giogo dei bilanci, settando il margine di sopravvivenza delle software house su parametri meno proibitivi di quelli attuali. In uno scenario caratterizzato da investimenti iniziali sostenibili, mancare gli obiettivi di vendita prefissi in fase di pianificazione non obbligherebbe più gli sviluppatori a chiudere bottega, ma offrirebbe loro l’occasione di rifarsi lanciando nuovi progetti.

Hideo Kojima vede l’IA come un alleato efficiente che possa affiancare coder e designer nella gestione degli aspetti più tecnici dello sviluppo. E non sembra preccuparsi troppo dei rischi di questo connubio.

Lavoro, creatività e diritti d’autore: tre aspetti critici

Al netto di quelli che, almeno sulla carta, appaiono come onesti benefici, persistono tuttavia molte perplessità sugli effetti collaterali di un riassetto dei task così deciso. Una delle preoccupazioni maggiori è, ad esempio, costituito dall’impatto che il massiccio impiego di IA generative potrebbe maturare sul mondo del lavoro. Interrogato a riguardo, il capo di Kojima Productions ha ammesso che, se l’automazione si dovesse estendere a tutte le fasi di sviluppo, non sarebbe difficile prevedere un ridimensionamento delle risorse umane coinvolte. Molti programmatori e tecnici di sorta rischierebbero, in questo senso, di ritrovarsi ai margini dell’equazione produttiva, se non addirittura messi alla porta. In base agli ultimi progressi maturati in campo prestazionale dalle principali IA in circolazione, questa problematica potrebbe tra l’altro coinvolgere presto anche figure legate agli aspetti più artistici o creativi della progettazione: se, in un primo momento questa risorsa sembrava limitata alla programmazione di elementi funzionali, oggi è infatti in grado di generare anche storyline, scenari, asset grafici e persino musica. Quella che alcuni potrebbero interpretare come una straordinaria “conquista” da parte dei principali provider di questa tecnologia, presta tuttavia il fianco a un’ampia serie di effetti collaterali.

In assenza di menti umane in grado di pensare fuori dagli schemi e proporre soluzioni imprevedibili in termini di soggettistica, level design e game design, non risulta infatti difficile preventivare un progressivo appiattimento della sfera art direction, per non parlare poi delle controversie che potrebbero sorgere circa la ripartizione dei diritti d’autore. Non a caso, gli organi legislativi di mezzo mondo faticano ancora a stabilire in termini netti chi detenga le licenze di un’opera generata da un algoritmo o a quali figure attribuirne la legittima proprietà. In attesa di scoprire se la proprietà intellettuale dei contenuti debba spettare al prompter, all’azienda che ha creato l’IA o ai responsabili di eventuali progetti realizzati attraverso di essa, il rischio di plagi e susseguenti beghe legali potrebbe dunque aumentare esponenzialmente… Con conseguenze nefaste per gli interessi di tutti quegli artisti tradizionali, le cui opere verrebbero sfruttate, parzialmente o in toto, senza alcuna autorizzazione fattuale.

Secondo report recenti, il settore tecnologico ha perso oltre 122.000 posti di lavoro nel 2025, con circa 55.000 licenziamenti direttamente attribuiti all’integrazione dell’IA solo negli Stati Uniti.

Hideo Kojima: urgono regole chiare e approcci condivisi

Sebbene sia già tardi per introdurre un codice che regoli l’impiego di questa tecnologia nei processi creativi delle opere videoludiche, potremmo essere ancora in tempo per porre determinati paletti e stabilire con chiarezza cosa si possa o non si possa fare con essa. È parare di chi vi scrive che il punto di partenza ideale per tracciare questa linea di demarcazione sia prediligere un modus operandi che inquadri le IA come uno strumento complementare alla progettazione, mediante il quale figure professionali in carne ed ossa possano ottimizzare qualità e tempistiche di un progetto. In antitesi, occorrerebbero norme volte a scoraggiare ogni approccio volto ad automatizzare le fasi di sviluppo: in questo modo, potremmo contenere gli estremi di una crisi occupazionale altrimenti drammatica, nonché impedire che, a lungo andare, l’umanità possa smarrire il know how e le conoscenze informatiche acquisite negli ultimi ottant’anni.

Ponendo come assunto che nessun tribunale o Paese abbia l’autorità per redigere una giurisprudenza che possa valere a ogni latitudine, un passo decisivo verso la giusta direzione dovrebbe essere effettuato proprio dagli sviluppatori perché, a conti fatti, è del loro futuro che si parla. Se quest’ultimi riuscissero a guardare oltre i bilanci, non dovrebbero in effetti metterci troppo a scoprire di condividere interessi a lungo termine molto più rilevanti dei “vantaggi” che trarrebbero sul breve, sfruttando le IA come un cheat-code produttivo. Per quanto possa apparire ingenuo anche solo sperarci, ci si auspica che le major e gli studi coinvolti nel business possano presto stringere un romantico gentlemen’s agreement o  limitarsi anche solo ad enunciare tre leggi invalicabili cui tener fede, come fatto da Asimov per la robotica. Laddove non arrivano la politica, la Legge e la contabilità, potrebbe magari arrivarci la semplice logica.

Se utilizzata come risorsa complementare all’opera umana, l’IA costituisce senz’altro un benefit. Guai tuttavia a delegarle intere fasi del processo di sviluppo.

 

Attivamente Impegnato nel settore editoriale dal 2003, ha scritto per le più note riviste videoludiche italiane, concentrandosi spesso nell'area Retrogaming. Dopo aver pubblicato il saggio Storia delle Avventure Grafiche: l’Eredità Sierra, ha svolto ruolo di docente universitario in tema di Storia del Videogame ed è attualmente impegnato col medesimo ruolo nel Corso di Giornalismo Videoludico di VGMag.