Silent Hill f Cover

Silent Hill f cambia tutto: non è più un luogo, ma un fenomeno

Salvo rare eccezioni, per oltre vent’anni il franchise di Silent Hill è stato indissolubilmente legato all’iconica cittadina americana avvolta nella nebbia. Con Silent Hill f (qui la nostra recensione), però, la serie compie un passo deciso verso una nuova identità, rompendo definitivamente con il passato. A chiarire questa svolta è stato lo sceneggiatore Ryukishi07, che in una recente intervista a Famitsu (ripresa da GamesRadar) ha raccontato il lungo confronto avuto con il producer della serie Motoi Okamoto. Il nodo centrale della discussione? Capire cosa sia davvero Silent Hill. “Ci siamo chiesti perché ambientare il gioco in Giappone e, soprattutto, che cos’è realmente Silent Hill. Alla fine siamo arrivati alla conclusione che non è solo un luogo, ma un fenomeno.”

Una definizione che segna un cambio di paradigma importante. Silent Hill non è più soltanto una città, ma una manifestazione dell’orrore capace di prendere forma ovunque, adattandosi a contesti culturali e sociali diversi. Un’idea che ha permesso di gettare le basi narrative per Silent Hill f, dando allo sceneggiatore la libertà di costruire un mondo coerente e profondamente disturbante, pur lontano geograficamente dalla saga originale. In realtà, la serie aveva già iniziato a esplorare questa direzione. Silent Hill 4: The Room spostava gran parte dell’azione fuori dalla città, mentre Homecoming e Downpour si limitavano a richiamarla in modo indiretto. Più di recente, Silent Hill: The Short Message aveva reso esplicito il concetto di Silent Hill come entità astratta, più che come luogo fisico.

Ambientato negli anni Sessanta nella cittadina giapponese fittizia di Ebisugaoka, Silent Hill f segue la storia di Shimizu Hinako e affronta temi delicati come le pressioni sociali e familiari sulle donne nell’epoca postbellica. Il director Al Yang ha sottolineato come la creazione della città sia nata da un confronto serrato tra Konami e Ryukishi07, con l’obiettivo di garantire un’esperienza che fosse, senza compromessi, riconoscibile come un’opera dell’autore. Il risultato? Un Silent Hill che non rinnega il passato, ma lo rilegge in chiave nuova: meno legato a una mappa e più a un’idea. Un orrore che non ha confini, e proprio per questo fa ancora più paura.