Pirati dei Caraibi

Il regista di Pirati dei Caraibi contro la CGI moderna: “L’Unreal Engine ha portato un’estetica da videogioco nel cinema”

Il regista di Pirati dei Caraibi, Gore Verbinski, torna a far discutere parlando apertamente di uno dei temi più caldi dell’industria cinematografica: il declino percepito della qualità degli effetti visivi. E nel mirino del cineasta finisce un nome preciso: Unreal Engine.

Basta guardare a personaggi come Davy Jones in Pirati dei Caraibi, per rendersi conto di quanto la CGI del passato sappia ancora oggi apparire incredibilmente realistica e “viva”. Secondo Verbinski, però, molti film moderni soffrono di un’estetica più fredda e artificiale, nonostante tecnologie teoricamente più avanzate. In un’intervista rilasciata a But Why Tho?, il regista individua la causa principale nell’ingresso massiccio dell’Unreal Engine nel mondo del cinema: “L’Unreal Engine era perfetto per i videogiochi. Poi qualcuno ha pensato che potesse andare bene anche per realizzare interi film, e così un’estetica videoludica è entrata nel cinema.”

Il motore ha iniziato a diffondersi a Hollywood soprattutto dopo l’utilizzo nei set virtuali di The Mandalorian nel 2020, trovando spazio anche in produzioni come Matrix Resurrections e Ant-Man and the Wasp: Quantumania. Ma per Verbinski questo passaggio rappresenta “il più grande passo indietro”, soprattutto se confrontato con pipeline tradizionali basate su software come Maya.

Il regista chiarisce però che il problema non è la qualità in sé dell’Unreal Engine, bensì il contesto: “Funziona nei film Marvel, dove sei immerso in una realtà amplificata e irrealistica. Ma non credo funzioni davvero nel fotorealismo: la luce non reagisce allo stesso modo, la pelle non restituisce la stessa profondità. È lì che nasce la famosa ‘valle perturbante’.”

Secondo Verbinski, per velocizzare la produzione si sacrificano passaggi artigianali fondamentali, soprattutto nell’animazione delle creature, ottenendo risultati tecnicamente impressionanti ma emotivamente meno credibili. Una posizione destinata a far discutere, soprattutto in un’epoca in cui l’industria punta sempre più su tempi rapidi e set virtuali. La domanda resta aperta: il futuro del cinema deve davvero somigliare sempre di più a un videogioco?