Return to Silent Hill Recensione: incubi tra nebbia e pazzia

Il terrore nascosto nella nebbia torna al cinema!

Return to Silent Hill riporta l’eccezionale opera videoludica sul grande schermo, a vent’anni esatti dal suo debutto cinematografico. Si tratta dell’ultimo capitolo ideato  per il cinema, tratto dall’iconica saga horror videoludica Silent Hill, ed è diretto dal veterano Christophe Gans, che torna alla guida di una trasposizione di questo universo dopo essersi occupato del film originale del 2006. La pellicola, ispirata in particolare all’episodio videoludico Silent Hill 2, sviluppato da KCET (lo stesso team di Castlevania S.O.N.) uno dei capitoli più amati della serie, arriva nei cinema il 23 gennaio 2026. Il terzo film, a metà strada tra reboot e perfezionamento del lavoro precedente, prova ad essere ancora più fedele alle opere originali nipponiche di Konami, ma sappiamo che Silent Hill si fonda su di un universo onirico, complesso, disturbante, unico,  anche molto difficile da riprodurre in un medium così diverso e non interattivo. Torniamo quindi insieme nella nebbia, perdiamoci tra deliri mentali, visioni e cerchiamo, ancora una volta, Mary, il nostro amore perduto.

Return to Silent Hill
Il Poster italiano ufficiale di Return to Silent Hill, distribuito da PLAION.

C’era molta nebbia quella mattina a Silent Hill, e della cenere misteriosa che cadeva dal cielo…

La nebbia. Una caratteristica iconica che ha fatto la fortuna del franchise, seppur nata quasi per caso, per coprire i limiti tecnici della prima PlayStation,  nel 1999, anno di debutto del primo, indimenticabile videogioco della saga. Il Team Silent, sviluppatore del titolo, ha creato una icona per nascondere i poligoni in costruzione! L’incipit narrativo lo conosciamo fin troppo bene, noi appassionati della saga horror psicologica più intrigante di sempre, ed è per questo che, alla visione del film, tutto ci sembra incredibilmente familiare. Questo è senza dubbio positivo, perché vuol dire che l’aderenza all’opera videoludica è davvero ben realizzata e curata. Con scenari evocativi, ma soprattutto particolari, Return To Silent Hill è un film strutturato quasi come una serie di quadri in movimento sequenziale, un incubo ad occhi aperti, in cui le scene si susseguono, i personaggi appaiono beffardi, scappano, sono ambigui, e la nostra memoria ricorda solo alcuni particolari, come in un sogno, anzi, in un traumatico incubo disturbante. La trama, dicevamo. Che tutti i videogiocatori degni di questo nome conoscono, ma immaginiamo per un attimo di approcciarci al franchise Silent Hill senza conoscenze pregresse. Se negli ultimi trenta anni avete fatto parte del team di Elon Musk per la colonizzazione di Marte, potreste persino non conoscere la monumentale opera videoludica di Konami, che vi consigliamo assolutamente di recuperare e vivere, minuto per minuto.

Ci troviamo nei panni di James Sunderland, personaggio bizzarro, sempre in bilico tra realtà ed allucinazione, tra sanità mentale e follia,  che un giorno riceve una misteriosa lettera che sembra provenire dalla sua amata moglie Mary, nonostante questa sia morta molto tempo prima. Di questo James è sicuro, ricorda chiaramente l’agonia degli ultimi tempi in ospedale, la sepoltura al cimitero, oltre ad alcuni momenti della vissuta e perduta felicità, quella volta in mezzo al prato, mentre le faceva un ritratto, lui, pittore, rapito in maniera magnetica da quegli occhi blu così profondi, eppure così tristi da nascondere segreti inconfessabili. Spinto dal dolore, che lo porta quasi alla pazzia ed al delirio mentale, James si aggrappa quindi alla e speranza. Mary non può essere morta, non è possibile, sta ancora nel letto di quell’ospedale dove l’ho lasciata, e deve assolutamente andare a prenderla, per scappare via insieme, dalle pericolose alte maree della vita, ed essere felici. Ma la felicità esiste davvero? O sono solo attimi da vivere in fretta e bruciare, tra una agonia e l’altra, in cui si infilano incubi e deliri? Per James decisamente è così, ed ora si ritrova solo nel suo ritorno a Silent Hill…

Pyramid Head Silent Hill
Sua maestà Pyramid Head! Vera icona della saga Silent Hill

Mary non può essere morta, mi aspetta, devo andare a prenderla in ospedale, portarla via…

James torna quindi nella nebbiosa ed inquietante città di Silent Hill, solo per scoprire che il luogo non è più una piccola cittadina di provincia silenziosa e fin troppo tranquilla, anzi, è mutato, si è corrotto, sopraffatto da qualcosa di atavico e malvagio, il male puro, impercettibile, eppure così fisicamente corporeo, con apparizioni che paiono uscire da un incubo, corpi martoriati, mutilati, che camminano dinoccolati per la città, perdendo sangue marcio che diventa corrosivo al tocco col terreno. Silent Hill è ormai governata da misteriose forze malevole. Mentre si addentra in un incubo fatto di creature mostruose e realtà distorte, James si confronta con la propria sanità mentale, affrontando i segreti del passato. Il tutto in tre location principali, tratte direttamente dalla saga videoludica, ovvero le strade della città, inclusi vicoli nascosti tra i palazzi, il complesso di appartamenti dove vivevano, quando erano felici, James e Mary, e l’inquietante ospedale abbandonato, uno dei posti più spaventosi dell’intera storia del genere horror. Già. Perché ci fa così paura l’ospedale? Perché, a differenza del castello di Dracula, o del cimitero da dove escono gli zombi di George Romero, è un luogo reale. Un luogo dove si finisce contro la nostra volontà, e spesso si resta. Fino alla morte.

Questa filosofia è stata decisamente ben recepita nel film Return to Silent Hill. Atmosfera e direzione artistica sono davvero di buon livello, nonostante la pellicola sia forse troppo autoriale per risultare godibile dal grande pubblico, è bene ribadirlo. Un fine critico dell’estetica audiovisiva non potrà che gioire di fronte alla mutazione tra dimensione terrena ed onirica, tra inquietante nebbia e marciume demoniaco, entrambi davvero ben realizzati, ma questo a costo di una coerenza narrativa spesso troppo frammentaria, che predilige la sequenza di incubi alla linearità della trama. Ma la saga videoludica Silent Hill, ricordiamolo, si basa esattamente su questo. Uno dei punti più riusciti del film è decisamente l’estetica visiva. Il design delle creature e l’atmosfera onirica cercano di richiamare l’immaginario surreale e disturbante dei vari videogiochi, soprattutto il primo episodio e l’amatissimo Silent Hill 2, di cui da poco è peraltro uscito un remake, di cui abbiamo parlato qui. La critica internazionale ha coniato il calzante termine di “body horror poetico”, esaminando le impressionanti creature originali, davvero ben concepite. Alcuni degli esseri demoniaci paiono infatti uscire direttamente dagli incubi più disturbanti dei maestri del genere, come David Cronemberg, tornato di recente a perseguitarci con le sue mutazioni perverse, come diciamo in questa pagina, o John Carpenter, il cui film cult LA COSA viene quasi citato da una delle creature del film.

Return to Silent Hill
La prima creatura che ci appare tra le strade di Silent Hill…

Nei miei sogni tormentati, vedo quella città. Silent Hill. Mi promettesti che un giorno mi ci avresti riportato. Ma non lo hai mai fatto. Adesso sono lì da sola… nel nostro ‘posto speciale’… Ti aspetto… (Mary)

Alcuni frammenti della reale storia dietro alla presunta pazzia di James vengono raccontati dal film, ma sotto forma quasi di flashback, dando maggior spazio al delirante incubo nero. Per chi ama le follie narrativo-oniriche alla David Lynch, di cui parliamo  qui,  come il sottoscritto autore dell’articolo, è una vera festa multisensoriale. La trama è davvero così importante in un horror psicologico? O forse è meglio riuscire a rappresentare i singoli incubi, le visioni deliranti di una mente ormai perduta, e soffermarsi sui particolari, come il vestito a fiori di Mary, o il fatto che la confusione mentale possa aver generato gli ambigui ed estemporanei personaggi di Maria e Laura? Il ritorno di Christophe Gans come regista, da questo punto di vista è un vero evento di gioia per i fan del suo lavoro, ma ovviamente è stato accolto con aspettative contrastanti ai suoi detrattori. Si tratta di un artista senza mezze misure, anche dichiaratamente appassionato della saga videoludica, che ha cercato di realizzare un adattamento complesso, anche di difficile lettura per i meno esperti del franchise, che catturasse la profondità psicologica di opere eccelse come Silent Hill 2, ed in generale lo spirito stesso del franchise. ma la visione finale potrebbe dividere il pubblico e la critica.

Sappiamo che le opere del regista francese non sono sempre di facile lettura, ed anzi richiedono parecchio background culturale per essere comprese. Pensiamo alsuo film di debutto, Necronomicon del 1993, trittico di narrazione tratto dall’immaginario di H.P. Lovecraft e realizzato in collaborazione col visionario Brian Yuzna, ma anche a Crying Freeman del 1995, trasposizione del manga di Ryōichi Ikegami. Un artista a tutto tondo, che si trova di fronte anche ad una sfida notevole, perché l’opera videoludica ideata da Keiichirō Toyama, non è certo una storia semplice e lineare. Silent Hill è puro incubo, pura introspezione psicologica ed analisi della follia, con una dicotomia estrema tra mondo reale ed immaginario. Ognuno di noi ha la sua Mary perduta, il suo ospedale in cui è stato imprigionato senza vie di uscita, le sue strade nebbiose in cui si sente solo il rumore dei propri passi. Ognuno di noi deve lottare contro i demoni della sua follia. La trama di Return to Silent Hill è ovviamente confusa, incoerente e poco accessibile, soprattutto per chi non conosce già il gioco, ma, care anime in pena nella nebbia della vostra follia, è proprio così che deve essere! Siamo di fronte alla “riduzione” cinematografica di una delle più grandi opere interattive del terrore di sempre. E usiamo il termine riduzione, desueto ma calzante, proprio perché la perdita del fattore ludico ed interattivo deve essere compensata dalla visione artistica dell’autore, in questo caso non solo regista ma anche co-sceneggiatore, ricordiamolo.

Return to Silent Hill.
James, lo stralunato protagonista di Return to Silent Hill.

Sono pochi i volti a Silent Hill… vedevo il mio, riflesso nello specchio dai bordi arrugginiti, vedevo Mary… ma anche quelle due strane figure femminili, Maria e Laura… chi sono? Ma soprattutto, sono reali?

La folle psicologia devastante di Silent Hill è fatta di immagini, ricordi, incubi, ed è frammentaria. Silent Hill 2, in particolare, è davvero complesso da portare sul grande schermo, ed il risultato è senza dubbio una buona prova d’autore. Christophe Gans si trova a dirigere un numero bassissimo di attori, praticamente un solo protagonista, a cui vengono affiancati alcuni comprimari più o meno sfuggenti. Esattamente come succede nel videogame, siamo soli contro la nostra pazzia e contro il male. Nei panni di James Sunderland troviamo l’attore britannico Jeremy Irvine, che ricordiamo nel film War Horse di Steven Spielberg del 2011 e nella recente serie Treadstone. La sua performance è abbastanza calzante al personaggio, così tormentato e problematico, ma non rende al meglio una complessità psicologica così forte. Essendo praticamente l’unico personaggio in scena per quasi tutto il tempo questo rappresenta forse un ostacolo, rendendo il James cinematografico decisamente più anonimo di quello videoludico.

Accanto a lui troviamo la talentuosa Hannah Emily Anderson, attrice canadese che ha già prestato il suo volto ad opere horror quali Saw Legacy del 2017 e la serie tv The Purge del 2018. La sua prova è decisamente ottima, dando una marcia in più alla pellicola. Si fa notare anche la piccola Evie Templeton, classe 2008, nome decisamente noto agli appassionati di horror, avendo recitato nel film Il signore del disordine del 2023 e nella serie Mercoledì di Tim Burton. Il ruolo più iconico, e calzante alla pellicola di cui stiamo parlando, però è ovviamente solo uno. Il doppiaggio di Laura nel remake di Silent Hill 2! Ebbene si, la bambina che vediamo scappare lungo i corridoi e nei labirinti del film è proprio la stessa che da la voce al videogioco. Una scelta di casting eccezionale. Altri personaggi, come la psichiatra di James, il sopravvissuto, il barbone, o la setta degli accoliti, sono solo di contorno, in un’opera che si basa sulla prova del singolo attore e non sulla coralità. Non poteva mancare l’iconico Pyramid Head, interpretato da Robert Strange. I set sono stati realizzati tra la Serbia e la Germania, in località quali Belgrado e Norimberga, e presso il reale lago di Ammersee in Baviera. 

Una delle caratteristiche più intriganti di Return to Silent Hill è poi sicuramente il suo impatto visivo, che, pur basandosi su una grafica CGI non proprio all’avanguardia, riesce comunque ad essere disturbante e calzante con i classici setting della saga videoludica. Gli effetti visivi a volte però sono di fattura mediocre, togliendo realismo alle creature ed alle ambientazioni. Pur rispettando l’estetica dei videogiochi, quindi, il risultato non riesce del tutto a convincere, e resta incapace di costruire un’esperienza cinematografica coerente e indipendente. Un’opera troppo derivativa? Forse non del tutto, ma sicuramente un film cinematografico avrebbe potuto osare qualcosa non solo di diverso, ma magari anche di inedito, per arricchire il materiale di partenza. Purtroppo il tutto, per quanto comprensibile dal punto di vista artistico, e volendo rispettare la filosofia minimalista delle opere videoludiche, risulta frammentario. Un’opera visivamente disturbante, con un’effetto claustrofobico ben realizzato, seppur a volte basato sul “jumpscare” troppo facile, ma narrativamente ed emotivamente debole. Giudizio invece assolutamente positivo per la colonna sonora. Degno di nota è l’impegno di Akira Yamaoka, storico compositore ufficiale della serie di videogiochi, che è stato coinvolto personalmente per realizzare l’ottima OST della pellicola. Per un horror di natura psicologica la musica è decisamente importante. Alcune scene, come i quadri che galleggiano nel lago visti dal basso con note inquietanti, restano parecchio impresse.


Un film, nella sostanza, che pur avendo aspirazioni autoriali molto forti, non riesce però ad essere adatto al grande pubblico, e diventa di difficile comprensione per gli spettatori che non conoscono le opere videoludiche da cui è derivato. Return to Silent Hill è un film che prova, con risultati altalenanti, a trasporre sul grande schermo una esperienza psicologica e disturbante, proponendosi come alternativa non interattiva ad uno dei videogiochi horror più iconici di sempre. Nonostante alcuni elementi visivi oggettivamente interessanti ed un’atmosfera globale inquietante, sporca e delirante, il film cade spesso in una narrazione confusa, con personaggi poco coinvolgenti ed una debolezza emotiva che minando la qualità finale. Difficile trovare il giusto compromesso tra autorialità, rispetto del materiale originale e capacità di compiere un salto transmediale così complesso. Per apprezzarlo al meglio è necessario essere già parecchio esperti della saga, quindi, per capire quali scelte artistiche sono state compiute, ma un film dovrebbe essere in grado di reggersi sulle proprie gambe, cercando il meno possibile di diventare meramente derivativo. C’è quindi della nebbia, è il caso di dirlo, nella comprensione di questa pur pregevole opera.


 

 

Appassionato e storico del videogioco, Fabio D'Anna scrive di opere videoludiche, film e serie tv dal 2008. Tra le tante realtà del settore ha collaborato con Art of Games e siti come Retrogaming History, Games Collection, Games Replay, Games Village e riviste come PS Mania, PSM, Game Republic, Retrogame Magazine, Game Pro, oltre che col Museo VIGAMUS. Ha anche organizzato due edizioni della Mostra Archeoludica ed ha scritto due libri dedicati a PAC-MAN e Star Trek. Nella vita colleziona console PONG based ed alleva cagnoline, tra cui spicca Zelda.