Code Vein II Recensione: un sequel grezzo e ambizioso

Code Vein II

Sebbene non goda di una fanbase eccessivamente accanita, il primo Code Vein è comunque riuscito a piazzare ben quattro milioni di copie in tutto il mondo; un risultato tutt’altro che trascurabile. Considerato il traguardo raggiunto, era naturale aspettarsi che Bandai Namco investisse nello sviluppo di un sequel. A quasi sette anni dall’uscita del primo capitolo, eccoci qui a parlare di Code Vein II.

Nel frattempo, però, ne è passata di acqua sotto i ponti: i Souls-like hanno assunto un ruolo sempre più centrale, tanto nella scena indie quanto nel panorama mainstream, grazie a produzioni del calibro di Lies of P, Wo Long: Fallen Dynasty, il reboot di Lords of the Fallen, Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin, Nioh 2 e molti altri, che hanno contribuito a ridefinirne canoni e aspettative, senza contare lo stesso Elden Ring di FromSoftware (GOTY del 2022).

In un contesto così competitivo, la formula di Code Vein II sarà in grado di dire la sua o rischia di rimanere ancorata troppo al passato? E soprattutto, il team di Bandai Namco è riuscito a donare a questo sequel un’identità davvero distinta e riconoscibile? Scopriamolo insieme nelle righe che seguono.

Code Vein II
Il risveglio di Lou e del nostro protagonista.

Viaggiando nel passato per salvare il futuro

Dopo aver creato il nostro personaggio in un editor ancora più ricco e articolato rispetto al predecessore, verremo catapultati in un mondo distopico e al collasso, vittima del fenomeno della Luna Rapacis, che trasforma i Revenant (Redivivi) in creature mostruose chiamate Orrori. Vestiremo i panni del Revenant Hunter con l’obiettivo di viaggiare nel tempo per prevenire la catastrofe, tornando nei vari luoghi prima della caduta e influenzando de facto il presente, sbloccando nuovi percorsi per proseguire nell’avventura.

Ci ritroveremo così di fronte a scelte capaci di alterare la linea temporale e riscrivere la storia. Code Vein II fa della moralità il suo fulcro, spingendoci a riflettere spesso sulle nostre decisioni. A completare il quadro contribuisce un cast solido e una sceneggiatura che, pur cadendo talvolta in qualche cliché, riesce a catturare l’attenzione e a farci legare profondamente con i protagonisti. Nota di merito per il doppiaggio giapponese, decisamente preferibile alla controparte inglese che, anche in questa circostanza, non sempre rende credibili i drammi dei personaggi.

Meno convincente risulta invece la scelta dell’Eroe muto, che comunica tramite gesti limitati o attraverso la mediazione di Lou (la nostra compagna di viaggio). È una decisione autoriale chiara: favorire l’immedesimazione totale del giocatore. Tuttavia, in una storia che punta tutto sulla moralità e su momenti registici di gran tensione, era lecito aspettarsi qualcosa in più. Non essendo chiamati a rispondere direttamente a molte domande, questo silenzio finisce per ridurre in parte l’impatto emotivo, che rimane comunque di alta qualità grazie a dialoghi curati e riflessioni profonde sulle tematiche trattate.

Code Vein II
La terrificante Luna Rapacis che ha trasformato i redivivi in creature mostruose, scatenando il caos nel mondo.

Un comparto tecnico rimasto ad una generazione fa

Ad andare a ritroso nel tempo non è solo il nostro Revenant Hunter, ma anche il comparto tecnico di Code Vein II, il quale sembra essere rimasto ancorato alla scorsa generazione. Intendiamoci: il passo in avanti rispetto al prequel rimane evidente, con aree molto più grandi ed estese, dungeon più articolati, tempi di caricamento ridotti e ambienti leggermente più vivi grazie a migliori animazioni e a un sistema di illuminazione superiore.

Era tuttavia il minimo auspicabile considerando il salto generazionale, l’uso dell’Unreal Engine 5 e l’esclusività sulle piattaforme attuali. Nonostante il comparto artistico ed estetico risulti apprezzabile, l’opera appare talvolta zoppicante e grezza, con bug, artefatti grafici e cali di frame rate anche in condizioni non particolarmente impegnative. Questi piccoli singhiozzi testimoniano un lavoro di rifinitura non completamente ottimale, sia in modalità risoluzione che performance. Confidiamo in patch future in grado di perfezionare l’esperienza di Code Vein II (una delle quali è stata rilasciata proprio durante la nostra prova).

Di buona fattura, invece, le cutscene, che risultano accattivanti soprattutto grazie allo stile anime dei personaggi, sebbene siamo ancora lontani dagli standard qualitativi dell’attuale generazione. Ciò detto, la regia arriva ugualmente dritta al punto, regalando momenti di spessore. A controbilanciare il tutto ritroviamo una modalità foto davvero eccellente, che permette di realizzare scatti notevoli con una vasta gamma di filtri e cornici.

Code Vein II
Uno tra i tanti boss avvincenti di Code Vein II

L’importanza dei partner in Code Vein II

Così come nella vita reale, anche in Code Vein II è fondamentale poter contare su dei partner, sia per fini narrativi sia – soprattutto – per il gameplay. Il nuovo capitolo di Bandai Namco evolve e rielabora quanto fatto nel predecessore, introducendo novità davvero interessanti che impreziosiscono e consolidano il combat system. Se nel primo Code Vein il companion era un personaggio guidato dall’IA che ci affiancava in battaglia, in questo sequel il tutto assume una connotazione più strategica grazie alla meccanica di Evocazione/Fusione, che consente di evocare i compagni per farli combattere al nostro fianco oppure di assimilarli per incrementare abilità specifiche. Ogni partner potenzia infatti caratteristiche differenti: sta a noi decidere chi portare con sé e in quali situazioni sia preferibile evocarlo o assimilarlo, il tutto supportato da un sistema di legame pensato per migliorare determinati parametri.

Non mancano ulteriori aggiunte volte a rendere l’esperienza di combattimento più dinamica e coinvolgente. Ciononostante, la vera novità consiste in un’aggiunta tanto minimale sulla carta quanto efficacissima nella pratica: l’implementazione del salto, assente nel primo episodio e ora elemento cardine di Code Vein II. Una feature non solo utile nelle fasi esplorative, permettendo quel minimo di platforming che non guasta mai, ma fondamentale anche durante le battaglie. Tutti questi aspetti conferiscono al titolo una natura leggermente più action, pur restando saldamente ancorato ai meccanismi tipici di un Souls-like.

Le differenze con il predecessore non si fermano qui, poiché persino la componente esplorativa ha subito modifiche sostanziali. Se in Code Vein ci si muoveva all’interno di ambienti più circoscritti, Code Vein II propone un’esperienza che si avvicina maggiormente a quella di Elden Ring (con le dovute proporzioni). Certo, non parliamo di un mondo vasto e smisurato come l’opera magna di Hidetaka Miyazaki; tuttavia, esplorare una mappa completamente aperta e caratterizzata da una marcata verticalità restituisce una sensazione di libertà più elevata. In Code Vein II la narrazione rimane più centrale e meno criptica rispetto ai titoli FromSoftware, ma è possibile esplorare aree circostanti, scoprire punti di interesse o imbattersi in spietatissimi boss opzionali.

Questo è un Orrore. Distruggendolo ci farà avere accesso alla mappa della zona.

Code Vein II: le ali della libertà

Ad un certo punto dell’avventura diventa inoltre possibile affrontare gli obiettivi nell’ordine che più ci aggrada in Code Vein II, rafforzando ulteriormente il senso di libertà rispetto al prequel. Il tutto avviene attraverso il continuo viaggio tra passato e presente, che ci porta a esplorare una sorta di doppio mondo, con tutte le differenze che intercorrono tra le due linee temporali. Il level design risulta davvero notevole e rappresenta uno degli aspetti più riusciti dell’esperienza firmata Bandai Namco, anche se talvolta alcune aree non appaiono di immediata lettura, rivelandosi inutilmente ingarbugliate. Viene comunque in nostro aiuto la disposizione degli Orrori che, una volta distrutti, sbloccano la mappa della zona o del dungeon.

Completa il quadro una piccola chicca dedicata agli spostamenti: l’introduzione della moto. Sebbene possa apparire in parte fuori contesto, si rivela estremamente utile per muoversi più rapidamente; una maggiore profondità nella guidabilità avrebbe giovato, ma tutto sommato funziona viste le tecnologie presenti nel contesto narrativo. È inoltre possibile spostarsi tramite il viaggio rapido, una volta sbloccati i vari punti di interesse, e non mancano i Vischi sparsi qua e là.

Se questi rappresentano l’equivalente dei più noti falò, la valuta di Code Vein II è la Foschia, utilizzata sia per far salire di livello il personaggio – in maniera analoga a quanto visto in altri souls-like – sia per acquistare oggetti e potenziare l’equipaggiamento. Tuttavia, il level-up non incrementa direttamente parametri come forza o vitalità: per quello è necessario equipaggiare i Codici Sanguigni, i quali garantiscono una personalizzazione estremamente elevata e intercambiabile a piacimento, permettendoci di adattare le build in qualsiasi momento.

Durante il nostro pellegrinaggio tra le epoche ritroveremo svariate armi e le Gabbie, ovvero il sistema di attacchi speciali utile sia per recuperare icore – risorsa simile al mana – sia per attivare colpi finali. Ad accompagnarci nel viaggio vi è una colonna sonora che esplode durante le avvincenti boss fight, le quali si attestano su un livello qualitativo molto elevato, regalando alcuni dei momenti più epici dell’intera esperienza.


Code Vein II è un sequel ambizioso che amplia e raffina quanto di buono visto nel capitolo precedente, arricchendo la formula con meccaniche più stratificate, un’esplorazione più libera e una longevità decisamente generosa, supportata inoltre da una buona rigiocabilità legata alle scelte narrative. Tuttavia, le evidenti incertezze del comparto tecnico, alcune animazioni non sempre convincenti e una leggibilità talvolta discutibile in specifiche situazioni finiscono per limitarne il potenziale complessivo, impedendo al gioco di compiere il definitivo salto di qualità. Non è un titolo capace di ridefinire il sottogenere né di imporsi come punto di riferimento assoluto, ma rimane un’esperienza solida e personale, in grado di ritagliarsi uno spazio riconoscibile nel panorama dei Souls-like grazie a scelte ludiche e identitarie ben precise.