Should I stay or should I go? Ubisoft: il caso Guillemot

Al comando: Yves Guillemot è la figura apicale di Ubisoft
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L’odore di bruciato stavolta è forte. E se ci mettiamo a indagare, la miccia non la troviamo nella solita community schiumante di rabbia o nell’ennesimo trailer cinematografico che promette rivoluzioni destinate a non essere mai realizzate. Eh no: a questo giro di giostra, tutto parte dai lavoratori, il che determina un salto di qualità della questione in campo: da mero gossip industriale, passiamo a un fatto politico bello e buono, con tutte le implicazioni del caso. Perché, a quanto pare, i lavoratori di Ubisoft, il colosso francese dei videogiochi, vogliono la testa del capo.

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Due rappresentanti sindacali interni avrebbero infatti chiesto che Yves Guillemot, CEO del publisher transalpino, lasci la guida di Ubisoft. Una richiesta dura e apparentemente intrattabile: non si ricostruisce la fiducia dell’azienda finché lui resta al suo posto. A questo punto, la domanda che ci poniamo è semplice, ma certamente scomoda: hanno ragione o hanno torto? È davvero arrivato il momento di far uscire di scena Monsieur Yves, oppure siamo in presenza dell’ennesimo capro espiatorio per non allargare l’indagine e parlare del sistema in generale?

Ubisoft

Io direi di provare a ragionare con calma, e capire da che parte pende la bilancia. Tanto per cominciare, Guillemot non è un manager qualunque. È uno dei volti storici del colosso francese: co-fondatore, protagonista della crescita del publisher, simbolo di una stagione in cui Ubisoft è stata letteralmente ovunque, nel bene e nel male. Sotto il suo comando, l’azienda ha saputo trasformare idee di ogni genere e studi sparsi nel mondo in un impero di proprietà intellettuali forti e vincenti, dall’appeal globale. Sarebbe ingeneroso cancellarlo con un colpo di spugna, come se la storia non contasse. Il suo merito storico è reale: ha intuito, certamente prima e meglio di altri, il valore di alcune IP, sapendole sfruttare per colonizzare l’immaginario collettivo a livello mainstream. Non proprio un gioco da ragazzi, direi.

Eh, ma allora perché oggi siamo qui a ragionare delle sue eventuali dimissioni come se potessero essere l’unica via di salvezza per Ubisoft? Perché a un certo punto, nella vita di un leader, arriva l’istante in cui la tua biografia non basta più a proteggerti. Non perché il passato non valga, ma perché il presente è diventato un costo troppo grande. Negli ultimi anni, Ubisoft è entrata in una spirale dove l’eccezione è diventata quasi un pattern fisso: rinvii, progetti che evaporano, chiusure, tagli, riposizionamenti narrati come “nuovi modelli operativi”… brutto, non credete? Noi pensiamo di sì. Il 21 gennaio 2026, l’azienda ha annunciato un reset organizzativo e di portafoglio, con cancellazioni di titoli e un esplicito ridimensionamento. Si parla di una procedura di uscite volontarie, a Parigi, che riguardano fino a 200 posti, e di un deciso irrigidimento circa il lavoro in presenza.

Qui arriva il punto che conta: non sono solo i tagli e le altre misure drastiche a gettare un’ombra sinistra su Ubisoft, ma la forma che prende il potere quando il capitale va in affanno. Quando un’azienda sbaglia strategia, raramente paga davvero chi decide. Chi davvero è colpevole. Pagano quelli che producono. È una legge non scritta, ma costante. In qualunque settore, in qualunque Paese. Si fa la guerra all’inefficienza, si invoca l’agilità, si predica la sostenibilità, e poi si manda il conto agli studi, ai team, alle persone che fanno davvero i giochi. Vi pare bello? No. Vi sembra giusto? Niente affatto. In questi giorni, i sindacati parlano apertamente di rottura della fiducia e hanno chiamato uno sciopero internazionale tra il 10 e il 13 febbraio, a ridosso di appuntamenti finanziari chiave. Si tratta di un segnale di conflitto strutturale, la frattura tra chi lavora e chi governa. 

C’è poi un’altra ombra, più scura e più lunga: la reputazione interna ed esterna legata alle vicende di cultura aziendale. Nel 2025, un tribunale francese ha condannato ex dirigenti Ubisoft per molestie e abusi, certificando che non si parlava di mele marce isolate, ma di un clima che per anni ha trovato in azienda lo spazio per esistere e proliferare. Anche quando un CEO non è imputato personalmente, la domanda resta: com’è possibile che certe cose prosperino sotto una leadership che dura decenni?

E adesso guardiamo l’altro lato della medaglia: i videogiocatori. Oggi Ubisoft, nell’immaginario di una parte enorme del pubblico, non è più sinonimo di avventura o meraviglia. È sinonimo di stanchezza, di formule ripetute, di mappe come centri commerciali, di contenuti a blocchi pensati per trattenere l’utente, di live service inseguiti quando il vento era già cambiato. Insomma, di un’azienda che spesso sembra voler parlare la lingua fredda e senz’anima degli investitori anche quando crea opere d’arte e dal valore culturale.

Non serve neanche elencare ogni titolo e ogni inciampo, perché li conoscete bene. Basta il clima generale. Per molti, Ubisoft è diventata il Male assoluto. Un’esagerazione, certo, ma un segnale grave, che non si può ignorare girando la testa dall’altra parte. Perfino mercati e analisti, nelle cronache delle ultime settimane, hanno descritto la fase attuale come un punto di rottura, con perdite operative stimate nell’ordine del miliardo di euro e un crollo importante del titolo dopo l’annuncio del piano.

A questo punto, il verdetto è inevitabile. Sì, Monsieur Guillemot deve farsi da parte. Non per vendetta dei suoi dipendenti o perché “internet lo odia”, né perché i sindacati esagerano o i gamer sono ingrati. Il motivo vero è che il suo nome è ormai da tempo diventato parte del problema, nel senso più concreto e manageriale del termine. Un dannatissimo ostacolo alla ricostruzione del rapporto di fiducia tra utenti e azienda. Sia chiaro, però: noi lo affermiamo anche per il bene stesso di Ubisoft, perché, se c’è una cosa che il capitalismo ama più dei giochi, è la continuità del comando, la permanenza, l’uomo solo al timone anche quando la nave prende acqua. Ma i videogiochi non sono petroliere. I videogiochi sono lavoro creativo organizzato. Sono comunità di persone. Sono competenze che scappano, se le tratti come numeri. Sono studi che collassano, se li governi con la paura.

Se Ubisoft vuole davvero salvarsi, deve smettere di chiedere sacrifici a chi produce e iniziare a tagliare dove fa più male: nella gerarchia che ha deciso, sbagliato e rimandato, presentando subito il conto come se fosse inevitabile. Un nuovo CEO non basterà a salvare la nave, ovviamente. Anche perché non crediamo nei messia aziendali. Tuttavia, sarebbe certamente un gesto politico nel senso più puro: riconoscere che un ciclo è finito, e che l’azienda non può pretendere futuro con la stessa identità che l’ha portata fin qui. Vorrebbe anche dire che, almeno per una volta e almeno in parte, il capitalismo si assumerebbe le sue colpe. Il che – scusateci – non è poco.

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