Goat – Sogna in grande Recensione: piccoli campioni per grandi sogni

GOAT
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Il cinema d’animazione contemporaneo si ripropone in chiave sportiva e finemente agonistica con Goat, diretto da Tyree Dillihay (Bob’s Burger) e Adam Rosette, prodotto niente di meno che dal campione di NBA Stephen Curry con la sua società Unanimous Media insieme a Sony Pictures Animation, già sulla cresta dell’onda per il trionfo qualitativo di prodotti come Spider-Man: Across the Spider-Verse e KPop: Demon Hunters (tra i candidati all’oscar 2026 come miglior film d’animazione). Dunque, una squadra di indubbio successo che mette a segno un altro bel punto con il film di un piccolo protagonista capace di sognare davvero in grande.

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L’anima sportiva del film è portante

Goat – Sogna in grande: la (ri)costruzione di un originale universo sportivo

In tempi in cui il cinema declinato nella variante sportiva (basti pensare a Challengers del nostrano Luca Guadagnino, ma anche ai più recenti The Smashing Machine di Benny Safdie o Marty Supreme dell’altro fratello Safdie, Josh, con l’oramai acclamata star Timothée Chalamet), che utilizza lo sport stesso come termometro sociale per analizzare i temi della competizione, dell’agonismo e del successo, anche il cinema d’animazione sembra voler dire la sua proprio sul campo di gioco. E stavolta lo fa molto bene costruendo sulle minute spalle di un piccolo capretto (in inglese Goat, nel rimando proprio a quell’acronimo G.O.A.T. che rievoca imprese sensazionali de “il più grande di tutti i tempi”) di nome Will la speranza e l’audacia di un successo fuori dal comune. E anche fuori dalla più fervida immaginazione. Think out of the box, pensa fuori dagli schemi, come direbbero gli americani. Una parabola vincente che nasce con un piccolo sognatore tra gli spalti di una partita per grandi, qui gli antropomorfi giocatori di ruggiball (palla ruggente, ovvero una sorta di basket) hanno stazze enormi, e dall’amore di una madre che ha sempre creduto in suo figlio e in quel sogno.

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Il grande sogno della speranza

E traendo spunto dalla conformazione di un universo animale e antropomorfo sulla falsa riga di Zootropolis, anche Goat è in grado di regalarci un affresco colorato, originale, e “stiloso” di una città (Vineland) completamente immersa nella dimensione, e suggestione, sportive. E se il piccolo capretto Will sogna di affiancare la pantera nera Jet Fillmore, temibile campionessa di ruggiball sul viale del tramonto, e guadagnarsi l’ambitissimo trofeo Artiglio, attorno a lui si muovono tanti altri caratteristici personaggi che conferiscono anima e calore, ma anche colore, alla storia. Il locatore di Will, criceto in costante movimento e, come da copione in perenne modalità riproduttiva, ma felice di dover sfamare i suoi millemila cricetini. E poi la Lama Carol, proprietaria del locale dove Will cerca di sbarcare il lunario con le consegne a domicilio, affollato di avventori dalla tifoseria sfegatata e tappezzato di foto dei Thorns (la squadra di cui Will vorrebbe entrare a far parte) e della loro beniamina Jet. Senza contare l’imprenditrice sportiva nonché proprietaria dei Thorns, la facocera Florence “Flo” Everson, proprio colei che recluterà Will sull’ondata virale di una ‘sfida’ con il campione equino Sbrocco, con la speranza di far risalire le quote pubblicitarie del suo team.

Un momento di svolta per Will, in cui l’ambizioso capretto si ritroverà davvero protagonista della sua squadra del cuore capitanata dal coach Dennis Cooper, la scimmia nasica, e insieme a compagni a dir poco bestiali: il rinoceronte indiano Archie Everhardt, la giraffa Lenny Williamson, il drago di Komodo Modo Olachenko e la struzza Olivia Burke. Relegato inizialmente in panchina e osteggiato proprio dalla capitana Jet che non è ancora pronta a uscire di scena e a “passare la palla”, Will avrà però poi modo di entrare in campo per dimostrare tutto il suo talento. Sul terreno di gioco, ma anche fuori. E nei campi infernali fatti di lastre di ghiaccio che s’infrangono, lingue di fuoco sibilanti, e giocatori ciclopici dall’aspetto minaccioso, l’agile protagonista riuscirà a farsi strada e, soprattutto, a fare squadra. Anche quando a serpeggiare tra i suoi compagni saranno delusione e malcontento. Immersi in una vera e propria atmosfera da competizione ai massimi livelli, tra telecronache incalzanti, siparietti tra cronisti, canestri impossibili e, soprattutto, solidarietà in campo, il piccolo Will capitanerà il suggestivo riscatto dei Thorns riuscendo, in extremis, a ribaltare lo schema di gioco. E portando a casa il suo grande sogno, coltivato proprio con una grande presenza a sé stesso e nell’assenza conciliante della figura materna. Un raccordo narrativo che allunga l’emotività del film verso una riflessione ancora più profonda su come il conforto, e supporto, delle persone a noi più care possano fare la differenza nella capacità di mettere in cantiere un’autostima che si rivela, alla lunga, la vera discriminante. Anche tra avversari giganti e ben più prestanti di noi.


Ispirato all’immaginario antropomorfo di Zootropolis e alla migliore narrazione di un coming of age sportivo, arriva al cinema Goat, il nuovo film d’animazione di  Sony Pictures Animation, già creatori di Spider-Man: Across the Spider-Verse e KPop: Demon Hunters. Una parabola semplice ma “illuminata” con un piccolo protagonista in grado di fare la differenza proprio come “i più grandi di tutti i tempi”. Sul canovaccio di una competizione sportiva che s’ispira al moderno, tra contenuti virali, dissing musicali, e una connotazione estetica figlia della street art e ispirata al fumetto, Goat (il titolo è un doppio riferimento alla capretta protagonista e all’acronimo inglese che sta proprio per “il più grande di tutti i tempi”) racconta l’anima dello sport sfruttando al meglio i suoi valori più nobili. Fiducia in sé stessi, audacia, solidarietà e quella convinzione in grado di emanciparsi davvero solo grazie all’amore dei nostri affetti più reali e simbolici. Come l’amore di una madre che regala un biglietto per una squadra del cuore e che è in grado di scrutare lontano, oltre i limiti di una fisicità modesta, e oltre i confini di un piccolo sogno destinato a diventare grande. In barba alle aspettative e alle disparità numeriche. Un film divertente, dallo stile moderno, e a suo modo anche toccante, che ci sprona a credere e a sperare, e a non ridimensionare mai i nostri sogni. Neanche di fronte a quegli ostacoli che, di tanto in tanto, appaiono davvero insormontabili.


 

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