City Hunter Recensione: lo Sweeper XYZ è un cocktail pericoloso

City Hunter
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L’odore di pioggia sull’asfalto di Shinjuku, il riverbero delle insegne al neon che si specchiano nelle pozzanghere e l’eco di uno sparo che squarcia il silenzio della notte: per chi è cresciuto leggendo e guardando in TV le opere di di Tsukasa Hojo, City Hunter è l’essenza stessa di un’atmosfera ben precisa, un’estetica propria della sua epoca e un ideale di mascolinità dandy e scanzonata. Quando il tie-in originale debuttò nel marzo del 1990 su PC Engine (TurboGrafx-16 o TG-16 negli Stati Uniti), il panorama videoludico stava vivendo una transizione cruciale verso i sistemi a 16-bit: erano gli anni in cui le conversioni più o meno riuscite dei titoli arcade dominavano il mercato e il cinema d’azione di Hong Kong influenzava pesantemente il game design.

Corso Localizzazione Videoludica

In quel contesto, mentre titoli come Shinobi o Rolling Thunder dettavano legge nel genere dei run and gun con la loro precisione chirurgica, l’adattamento delle avventure di Ryo Saeba cercava di trovare una propria identità bilanciando l’azione frenetica con una struttura esplorativa più ragionata. Erano anni rampanti in cui il PC Engine, grazie alla versatilità di un hardware pensato per le esigenze degli sviluppatori, riusciva a offrire una palette cromatica e una pulizia visiva che spesso surclassavano il NES (in pochi sanno che Hudson, prima di stringere il sodalizio con NEC, propose la sua macchina a Nintendo quale erede di quest’ultimo, ma venne respinta), attestandosi quale collegamento perfetto tra l’esperienza da sala giochi e il divano di casa. Nondimeno, riproporre oggi questo reperto a un prezzo tanto elevato solleva interrogativi sulla reale appetibilità dell’operazione, che profuma più di nostalgia di lusso per un titolo assai stringato e fugace, la cui rigiocabilità risulta minata da scelte di design figlie di tempi decisamente più penalizzanti.

City Hunter
La traduzione multilingua è di gran lunga il pregio migliore della proposta Red Art Games

City Hunter: il mirino non si addice a una bella donna

Comprendere l’importanza di questo videogioco richiede un’analisi della statura iconica del suo protagonista. Come accennavo in apertura, City Hunter nasce dalla penna di Tsukasa Hojo e debutta sulle pagine di Weekly Shonen Jump nel 1985, dopo che l’autore aveva già lasciato il segno con Occhi di Gatto. La serie segue le vicende di Ryo Saeba, uno sweeper infallibile con la pistola e incorreggibile con le donne, affiancato dalla fedele e carismatica Kaori Makimura. Il manga è stato un pilastro della rivista fino al 1991, vendendo oltre 50 milioni di copie e definendo un genere che mescolava sapientemente noir, commedia slapstick e dramma urbano in un equilibrio quasi miracoloso.

Il successo è stato poi cementato dalla serie animata dello studio Sunrise, che ha immortalato brani come Get Wild (integrato sapientemente e furbescamente in questa riedizione) e reso il quartiere di Shinjuku un luogo leggendario nell’immaginario collettivo mondiale. Ancora oggi, il fascino dello XYZ scritto sulla bacheca della stazione rimane uno degli emblemi più potenti e riconoscibili della cultura pop giapponese. Il gioco del 1990 avrebbe probabilmente voluto catturare tutto ciò, sommando all’azione sfrenata quel senso di vita notturna criminosa che Hojo sapeva tratteggiare con estrema eleganza, pur dovendo scendere a patti con i limiti sia tecnici della scheda di memoria della console NEC che mentali di svariate decisioni progettuali non proprio azzeccate.

La versione Migliorata del gioco ripulisce a dovere la pixel art ed elimina anche i fastidiosi sfarfallii che funestavano l’originale

Un compleanno straziante in una notte di pioggia

Dal punto di vista grafico, il titolo Sunsoft riuscì nell’impresa non scontata di trasporre il tratto pulito di Hojo nei limiti di una HuCard, o TurboChip in occidente, le schede di memoria proprietarie del PC Engine che potevano contenere fino a 2.5 MB di dati. Lo sprite di Ryo è animato con una cura che trasmette il suo carisma: la giacca lunga che sventola durante la corsa e la postura decisa mentre prende la mira rendono giustizia all’iconografia del personaggio. La palette cromatica a disposizione del PC Engine è stata impiegata a dovere, con neri profondi e tonalità bluastre che richiamano l’anima notturna della serie. Tuttavia, gli sfondi risultano spesso spogli e ripetitivi, con una densità di materiali che oggi appare povera e priva di quel dinamismo che ci si aspetterebbe dagli edifici di una metropoli come Tokyo. La modalità Migliorata inclusa in questa riedizione fornisce quel tocco di pulizia e di stabilità che esalta il lavoro originale, ma non può fare miracoli su un’ossatura visivamente spartana.

Il comparto audio emula l’energia della colonna sonora dell’anime tentando di aggirare le limitazioni del chip sonoro integrato nel microprocessore a 8 bit. I temi musicali sono incalzanti, caratterizzati da linee di basso sintetizzato che richiamano il pop giapponese degli anni ’80. Ogni sparo della leggendaria Colt Python .357 di Ryo ha un feedback sonoro campionato con una pesantezza soddisfacente, un dettaglio tecnico che all’epoca serviva a differenziare i titoli adulti dalle produzioni più infantili. Di contro, l’assenza di una vera rimasterizzazione sonora o di tracce riarrangiate rende l’ascolto prolungato stancante, specialmente nelle sezioni esplorative più tediose, dove la ripetitività del loop acustico si fa sentire con prepotenza.

City Hunter
Senza una mappa in-game, queste stanze apparentemente tutte uguali rappresentano la sfida più ostica

City Hunter: l’ardua sinfonia del primo amore

A differenza di molti contemporanei, il gameplay introduceva una componente esplorativa allora forse pionieristica, ma oggi decisamente frustrante: Ryo deve muoversi all’interno di livelli suddivisi in diversi piani, e visitare decine di stanze per trovare persone o oggetti chiave. Questa impostazione labirintica, priva di qualsivoglia mappa da visualizzare, costringe a un tedioso processo di trial and error che spezza il ritmo dell’azione e rivela la natura di riempitivo utilizzata per mascherare la brevità del titolo. Tecnicamente, il sistema di collisioni e il posizionamento dei nemici richiedono un approccio tattico, poiché munizioni e salute vanno gestite con cura, ma la mancanza di boss fight memorabili rende l’esperienza ludica piatta.

Sotto il profilo delle innovazioni, il gioco sfruttava la velocità del processore del PC Engine per gestire numerosi sprite senza rallentamenti, ma il sistema di puntamento ancorato agli assi cardinali risulta oggi limitante e legnoso. Un aspetto specifico che emerge dalle analisi critiche è proprio il loop del gameplay: trovare la porta giusta, eliminare il nemico generico, raccogliere l’oggetto e ripetere. Senza una guida, il giocatore moderno rischia di perdersi in corridoi tutti uguali, un’esperienza che stride con la dinamicità delle avventure di Ryo. Questa rigidità strutturale è il vero scoglio per chiunque non sia armato di una pazienza d’altri tempi, rendendo il titolo un esercizio di perseveranza nostalgica più che di puro divertimento videoludico.

Un gioco incentrato sulle peripezie di Ryo Saeba doveva per forza includere qualche momento un po’ “piccante”

Non provate a mettervi contro una poliziotta

Red Art Games ha compreso perfettamente la natura collezionistica di questa istanza, frammentando l’offerta in diverse edizioni fisiche che variano sensibilmente per prezzo e contenuti. Oltre all’acquisto diretto in digitale, disponibile al prezzo di 24,99 € su tutti gli store, la City Hunter Standard Edition rappresenta la scelta ideale per chi desidera semplicemente il supporto fisico, con una tiratura limitata a poche migliaia di copie e un costo di 39,99 €. Salendo di gradino troviamo la City Hunter Deluxe Edition, che aggiunge un tocco di eleganza con un box cartonato e una custodia di qualità superiore, pensata per chi vuole un oggetto più d’impatto sulla propria libreria, nonché un simpatico portachiavi in PVC con la forma del letale martellone di Kaori se la acquistate sul sito dell’editore. Il prezzo è il medesimo della Standard Edition, dunque l’unico caveat è quello di riuscire a preordinarla in tempo

Ma, per i fan più accaniti, il vero pezzo forte è la City Hunter Collector’s Edition che non si limita al supporto di memoria per il gioco e al pendaglio, ma include una serie di gadget fisici come la colonna sonora su CD, un artbook dedicato e vari gadget che richiamano l’estetica della serie. Il divario di prezzo tra la Standard e la Collector, venduta a 69,99 € riflette la volontà di colpire due bersagli differenti: il giocatore curioso di recuperare un classico e il collezionista hardcore che vede in questo acquisto un tributo all’opera di Hojo. Va notato che la tiratura di queste edizioni è estremamente ridotta (spesso tra le 300 e le 1500 unità), il che trasforma l’acquisto in una vera e propria corsa contro il tempo per evitare i prezzi folli del mercato dell’usato.

Oltre ai nemici, i livelli sono disseminati di ostacoli ambientali altrettanto pericolosi

City Hunter: il boato degli spari che fa tremare il cuore

La riedizione curata da Red Art Games si pone l’obiettivo di preservare un pezzo di storia, ma il confronto con i giganti del settore è inevitabile. Se guardiamo al lavoro di Hamster Corporation con la sua collana Arcade Archives (che con la sua seconda iterazione ha riportato in auge perle come Ridge e Rave Racer, le due versioni di Space InvadersAqua Jet e Air Combat 22), notiamo un approccio enciclopedico: il publisher di Setagaya offre una pletora di opzioni tecniche, classifiche online e modalità che aggiungono valore a titoli intrinsecamente brevi; di contro Red Art Games, pur garantendo un’ottima pulizia del codice e un input lag inesistente, sembra puntare più sul valore feticistico dell’edizione fisica e della localizzazione che sulla ricchezza del pacchetto software.

Mentre Hamster trasforma ogni singola release in una celebrazione dell’arcade del momento, Red Art Games si muove con un taglio più editoriale, simile a quanto fatto con le loro versioni fisiche di titoli come Record of Lodoss War Deedlit in Wonder Labyrinth o la corposa Super Bomberman Collection. La localizzazione in inglese di City Hunter è un’aggiunta fondamentale per comprendere gli obiettivi, ma mancano contenuti extra digitali di rilievo eccezion fatta per una galleria di immagini e un juke box abbastanza basilari. Il prezzo richiesto per una singola HuCard di 35 anni fa appare dunque sproporzionato se paragonato agli standard degli Arcade Archives, che offrono rifiniture e migliorie più corpose a una frazione del costo in digitale.


Pur riconoscendo il valore intrinseco di questa operazione, il ritorno dell’unico tie-in ufficiale di City Hunter è un evento che vive di contrasti: la riscoperta di un titolo che possiede ancora una marcata identità viene ostacolata da un design ripetitivo e da una durata ai limiti dell’accettabile. Inoltre, il lavoro di Red Art Games è tecnicamente solido e rispettoso, ma manca di quel valore aggiunto che trasformerebbe un semplice porting in una celebrazione dell’opera di Hojo. Per l’appassionato irriducibile è un acquisto obbligato che va senza dubbio a impreziosire la sua raccolta, ma per tutti gli altri rimane un viaggio nostalgico decisamente costoso e strutturalmente datato.


Corso Giornalismo Videoludico
Gioca da quando ha messo per la prima volta gli occhi sul suo Commodore 64 e da allora fa poco altro, nonostante porti avanti un lavoro di facciata per procurarsi il cibo. Per lui i giochi si dividono in due grandi categorie: belli e brutti. Prima che iniziasse a sfogliare le riviste del settore erano tutti belli, in realtà, poi gli è stato insegnato che non poteva divertirsi anche con certe ciofeche invereconde. A quel punto, ha smesso di leggere.