Yoshihisa Kishimoto

Addio a Yoshihisa Kishimoto: il padre di Double Dragon e Kunio-kun si spegne a 64 anni

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Il mondo dei videogiochi perde uno dei suoi pionieri più importanti. Yoshihisa Kishimoto, mente dietro pietre miliari come Double Dragon e Kunio-kun, è scomparso all’età di 64 anni. Una notizia che colpisce nel profondo chiunque sia cresciuto tra cabinati arcade e risse pixelate, quando bastavano due tasti e tanta fantasia per sentirsi invincibili. A confermare la scomparsa è stato il figlio, Ryūbō Kishimoto, attraverso un messaggio condiviso sui social lo scorso 2 aprile. Parole semplici ma cariche di emozione, accompagnate da un ringraziamento rivolto a tutti coloro che, negli anni, hanno amato e continuano ad amare le opere del padre. E a giudicare dalla risposta della community, il suo impatto è tutt’altro che dimenticato.

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Per capire davvero chi fosse Yoshihisa Kishimoto, bisogna tornare indietro nel tempo, in un’epoca in cui le sale giochi erano il cuore pulsante dell’intrattenimento. Dopo gli inizi in Data East, il suo percorso trova la svolta in Technōs Japan, dove contribuisce a dare forma a uno dei generi più iconici della storia videoludica: il beat ‘em up a scorrimento. Nel 1986 nasce Nekketsu Kōha Kunio-kun (conosciuto in Occidente come Renegade), un titolo che getta le basi di un’intera filosofia di gameplay fatta di combattimenti diretti, progressione lineare e nemici sempre più aggressivi. Ma è con Double Dragon che Kishimoto entra definitivamente nella leggenda. Il gioco introduce elementi che oggi sembrano scontati, ma che all’epoca erano rivoluzionari: cooperativa a due giocatori, utilizzo delle armi, livelli strutturati e un senso di crescita costante. Tutto ciò ha contribuito a definire un genere che ancora oggi vive e si evolve.

Le opere di Kishimoto non si sono fermate alle sale giochi. Al contrario, hanno saputo adattarsi e prosperare anche su console domestiche come NES, SNES e PlayStation, portando il genere a un pubblico sempre più ampio. La serie Kunio-kun si è distinta per il suo tono unico e per l’integrazione di elementi quasi “ruolistici”, mentre Double Dragon è diventato sinonimo stesso di cooperazione arcade. Un’eredità che ha influenzato intere generazioni di sviluppatori e che ancora oggi si percepisce in molti titoli moderni. Dietro quelle meccaniche, però, c’era anche una visione personale. Kishimoto ha più volte raccontato come le sue esperienze di vita, tra cui episodi della giovinezza e la passione per i film di arti marziali come Enter the Dragon, abbiano plasmato lo stile e l’identità dei suoi giochi.

Dopo aver lasciato Technōs Japan, Kishimoto ha scelto di allontanarsi dai grandi studi, preferendo un percorso più indipendente. Con il nome “Plophet”, ha continuato a lavorare su nuovi progetti e a collaborare come consulente, mantenendo sempre un legame con il mondo che aveva contribuito a creare. Il suo ultimo grande ritorno è arrivato con Double Dragon IV nel 2017, sviluppato dopo l’acquisizione del catalogo Technōs da parte di Arc System Works. Un progetto che ha rappresentato, in un certo senso, un cerchio che si chiudeva: tornare lì dove tutto era iniziato.

La scomparsa di Yoshihisa Kishimoto non è solo la perdita di uno sviluppatore, ma quella di un autore che ha contribuito a definire un linguaggio videoludico. Un linguaggio fatto di schivate, pugni, cooperazione e sfida, capace di unire giocatori di tutto il mondo davanti allo stesso schermo. Il suo lavoro continuerà a vivere in ogni picchiaduro moderno, in ogni gioco che prova a catturare quella sensazione di immediatezza e adrenalina che lui ha contribuito a inventare. E forse è proprio questo il segno più forte lasciato da Kishimoto: non solo giochi indimenticabili, ma un’intera idea di divertimento che, ancora oggi, continua a colpire duro.

Corso Giornalismo Videoludico
Appassionato di videogiochi, anime e serie tv. Grande lettore e collezionista di fumetti e manga. Avvicinato al medium videoludico grazie a Wolf 3D in un floppy-disk nel pc di mia madre, per poi crescere a pane e Souls-like e abbracciare il credo di Ezio Auditore da Firenze.