The Long Walk Recensione: adattare King resta un compito complesso

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La cultura pop รจ ormai satura di riferimenti letterari e cinematografici legati agli orrori estremi e surreali di immaginarie autarchie totalitarie. Complici gli odierni scenari politici alimentati da una crescente instabilitร  sociale, questo filone narrativo non solo non si รจ esaurito, ma si รจ diffuso con velocitร  esponenziale. Resta tuttavia sorprendente che il regista e produttore Francis Lawrence, giร  legato a doppio filo alla saga di Hunger Games, abbia scelto di attingere a uno dei primi romanzi di Stephen King, The Long Walk, riprendendo in chiave sintetica concetti che, in un modo o nellโ€™altro, maneggia da ormai piรบ di un decennio. Si tratta di unโ€™operazione anomala che, sulla carta, avrebbe potuto tradursi nella quintessenza del suo percorso professionale โ€“ un esercizio di minimalismo elegante e raffinato โ€“, ma che finisce per tradursi in una pellicola poco incisiva, perfetta da guardare distrattamente su un qualsiasi servizio di streaming.

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Un’immagine che riassume l’ethos dell’intero film. Ah, e lui รฉ Roman Griffin Davis, l’attore di Jojo Rabbit.

La sinossi di The Long Walk dice giรก tutto

Reduci da una guerra civile, gli Stati Uniti sono ora governati da un regime militare che organizza ogni anno un evento noto come โ€œLa Lunga Marciaโ€: una competizione pensata per celebrare un patriottismo deformato e alimentare una concezione corrotta dellโ€™etica del lavoro, ma anche per offrire un illusorio spiraglio di speranza a un popolo stremato da una depressione economica lancinante. Attingendo da un bacino di volontari viene selezionato un adolescente per ciascuno dei cinquanta Stati, chiamato a partecipare a una maratona in cui il vincitore puรฒ reclamare un premio in denaro e vedere esaudito un desiderio personale. Chi non tiene il passo, viene fucilato. Per vincere, bisogna essere lโ€™ultimo sopravvissuto ancora in piedi.

Se vi vengono in mente Battle Royale, The Maze Runner o, appunto, Hunger Games, non รจ un caso: The Long Walk รจ il capostipite di questo filone narrativo e molti autori lo hanno assimilato โ€“ consapevolmente o meno โ€“ nel proprio immaginario, affidandosi sulle sue basi per costruirvi sopra mondi dai toni fantascientifici. A differenza degli esponenti piรน recenti del genere, perรณ, il romanzo di Stephen King รจ straordinariamente asciutto: non si perde in descrizioni stranianti nรฉ in costruzioni di mondo elaborate, ma aderisce con rigore a unโ€™esplorazione intimista, tutta concentrata sui personaggi e sul loro progressivo disfacimento fisico e psicologico. รˆ una dinamica che King, pur con toni e intenzioni molto diversi, ha poi raffinato nella novella Il corpo (The Body), trasposta al cinema come Stand by Me: unโ€™altra marcia, questa volta verso la consapevolezza della morte e la fine dellโ€™infanzia.

Chi si appresta a vedere The Long Walk farebbe dunque bene a tarare le proprie aspettative su questa premessa. Per circa cento minuti si assisterร  a ragazzi che camminano e parlano, scanditi da sporadiche esplosioni di violenza e gore. Nessun grande evento, coreografie pressochรฉ inesistenti, costumi sobri e una scenografia che si limita a mostrare le vaste distese rurali dellโ€™entroterra americano. Il successo โ€“ o la rovina โ€“ della pellicola poggia dunque sulle spalle del copione firmato da Jeffrey Tyler โ€œJTโ€ Mollner, regista e sceneggiatore relativamente imberbe, noto soprattutto per Strange Darling.ย  Ed รจ proprio qui che iniziano i problemi.

Per forza di cose, la pellicola non offre un’ampia gamma estetico-scenografica.

Quattro passi e chiacchiere a ruota libera

Dare vita a un copione interamente fondato sul dialogo tra personaggi non รจ impossibile, ma rappresenta una sfida notevole. Portare a termine unโ€™impresa simile richiede una solida esperienza teatrale, un contesto che โ€“ per limiti fisici e spaziali โ€“ impone una rigorosa capacitร  di sintesi e una padronanza del ritmo narrativo. Tuttavia, un buon testo e interpreti di livello possono sostenere una pellicola anche quando questa viene privata di ogni orpello, soprattutto se sono guidati da un regista navigato. Carnage di Roman Polanski e La mia cena con Andrรฉ di Louis Malle restano esempi magistrali di questa arte, in cui la parola diventa movimento e tensione. The Long Walk, al contrario, rimane parecchi passi indietro, incapace di trasformare il confronto tra protagonisti in unโ€™esperienza trainante.

Adattare gli scritti di Stephen King รจ da sempre unโ€™impresa titanica. Negli anni Ottanta, Stanley Kubrick scelse coraggiosamente di reinterpretare Shining secondo la propria cifra autoriale โ€“ cosa che fece infuriare King โ€“, mentre altri registi hanno ottenuto risultati di alto profilo lavorando sulle piรน digeribili novelle. I romanzi, dโ€™altro canto, si rivelano spesso ostici da trasporre sullo schermo: lo stile di King รจ caratterizzato da descrizioni prolisse, una moltitudine di personaggi e digressioni strutturate, elementi difficili da condensare senza ricorrere a tagli drastici. E Mollner ha tagliato. Ha tagliato con un machete, come se non ci fosse un domani, sfoltendo la complessitร  psicologica e sociale del libro di riferimento.

Nonostante La Marcia preveda la partecipazione di una cinquantina di concorrenti, la pellicola finisce per esempio per concentrarsi quasi esclusivamente su due di loro: Raymond โ€œRayโ€ Garraty (Cooper Hoffman) e Peter โ€œPeteโ€ McVries (David Jonsson). Una scelta che appare piรน accidentale che consapevole. The Long Walk tenta infatti di delineare almeno una dozzina di questi personaggi, tuttavia con una durata inferiore alle due ore non cโ€™รจ spazio per sviluppare una visione complessa di ciascuno di loro, quindi finiscono tutti per ridursi a maschere superficiali, richiamate in scena solo quando la sceneggiatura si ricorda della loro esistenza.

I due protagonisti, invece, hanno molto di piรน da offrire: il loro rapporto sostiene lโ€™intero flusso del film e la prova attoriale รจ convincente, ma anche qui si inciampa in un copione poco audace, che smussa i tratti piรน disturbanti e interessanti dellโ€™opera kingiana in favore di un prodotto che sia piรน digeribile e accomodante. Il risultato รจ un film che parla molto, ma dice poco.

Ci sono buone possibilitร  che quel soldato generico presentato come il principale antagonista vi sia vagamente familiare.

The Long Walk รจ l’archetipo del โ€œfilm per la televisioneโ€

Forse รจ per la sua durata esigua, forse per la fotografia affidata a Jo Willems โ€“ veterano di American Gods e Black Mirror โ€“, ma The Long Walk sembra incarnare tutti gli stilemi delle produzioni seriali contemporanee. Piรน che un film, appare come un episodio esteso di unโ€™antologia piรน ampia, o, per usare un riferimento ormai demodรฉ, come uno di quei โ€œfilm per la televisioneโ€ che un tempo comparivano a caso in fasce orarie scomodissime.ย  Un formato che, del resto, รจ parte integrante della storia di Stephen King: Lโ€™ombra dello scorpione, Rose Red, The Shining (quello del 1997 che nessuno ricorda) โ€“ tutti titoli godibili, ma raramente memorabili.

Ecco dunque che The Long Walk si presta perfettamente a una serata da โ€œNetflix & Chillโ€, in cui si spegne il cervello e si sgranocchiano popcorn. Nulla nella pellicola risulta intellettualmente sfidante o artisticamente stimolante: il flusso narrativo si ancora a istinti empatici primari e lโ€™unico elemento di presunta profonditร  รจ il finale aperto e ambiguo, introdotto piรน per lasciare una suggestione mistificante che per aggiungere reale spessore a unโ€™esperienza complessivamente ottusa. Lโ€™unico vero motivo di dibattito attorno a The Long Walk รจ semmai la presenza di Mark Hamill nei panni del โ€œMaggioreโ€ che supervisiona la Marcia: un impiego poco incisivo, quasi svogliato, tanto che si fatica a riconoscere nell’antagonista principale un attore di tale notorietร .


The Long Walk racconta la storia, dai toni crudi e talvolta gore, di una gara organizzata da un governo dittatoriale in cui giovani uomini marciano fino alla morte. Nรฉ piรน, nรฉ meno. Non aspettatevi grandi riflessioni, nรฉ profonde esplorazioni psicologiche o messaggi rivoluzionari: il film si muove su binari di puro intrattenimento, alimentato da personaggi stereotipati e da una narrazione lineare, abbastanza breve da non annoiare e da non lasciare troppo spazio alle lacune del copione. Tutto rimane in superficie: una sequenza di volti giovani, di passi e di spari, scandita da un ritmo costante che trascina lo spettatore fino al naturale epilogo. The Long Walk รจ un film che si lascia guardare senza impegno, un prodotto di consumo rapido, caratterizzato da una tensione piรน estetica che morale.


 

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