Arcade Archives 2 Tatakae! Big Fighter Recensione: Mobile Suit Nichibutsu

Tatakae! Big Fighter
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Quando si evoca il nome della Nihon Bussan, nota alla stragrande maggioranza degli appassionati di vecchia data come Nichibutsu, la mente viaggia immediatamente verso quel decennio d’oro in cui le sale giochi rappresentavano il vero laboratorio dell’innovazione tecnologica e ludica. Fondata originariamente a Osaka, la compagnia si era saputa ritagliare uno spazio di assoluto rilievo grazie a una spiccata propensione per la sperimentazione nel campo degli sparatutto fantascientifici. Il loro percorso evolutivo, caratterizzato da intuizioni geniali e da una costante ricerca di meccaniche legate alla modularità dei veicoli, aveva trovato la sua massima espressione nella saga dei Cresta, destinati a portare una ventata di freschezza nel mondo degli sparatutto capace di catalizzare l’attenzione di intere generazioni di avventori, pronti a spendere i propri risparmi pur di vedere il proprio nome stampato nella schermata dei punteggi migliori.

Corso Localizzazione Videoludica

All’interno di questa gloriosa epopea scolpita nei cabinati, le leggendarie navicelle componibili divennero un punto di riferimento per l’intera industria dell’intrattenimento elettronico: titoli epocali come Moon Cresta prima e il leggendario Terra Cresta successivamente avevano dimostrato che gli shoot ‘em up non dovevano necessariamente limitarsi alla schivata pura e al fuoco continuo, ma potevano arricchirsi di una gestione oculata della propria potenza di fuoco attraverso l’unione di diversi segmenti della nave principale. Questi predecessori illustri avevano tracciato una linea netta, costringendo i concorrenti diretti del tempo a rincorrere soluzioni altrettanto innovative. Dopodiché, altre case produttrici del calibro di Irem con il suo memorabile R-Type o Konami con la saga di Gradius iniziarono progressivamente a monopolizzare l’interesse del pubblico, introducendo concetti come moduli esterni indistruttibili e sistemi di armamento a selezione variabile. Ecco dunque che, stretta in uno scontro tra titani, Nichibutsu sentiva la pressante necessità di compiere un ulteriore balzo in avanti per non rimanere schiacciata dall’avanzata di hardware sempre più performanti e da idee visive straordinariamente futuristiche.

Fu così che nel luglio del 1989, in un momento di profondo mutamento per il mercato arcade che si avviava verso la complessità degli anni novanta, fece il suo debutto nei cabinati giapponesi Tatakae! Big Fighter, noto anche con il titolo alternativo di Sky Robo. La sua collocazione ufficiale era quella di spin-off diretto e ideale tassello conclusivo del celebre universo di Terra Cresta. Il posizionamento commerciale del gioco si rivelò fin da subito estremamente complesso e affascinante, poiché si trovava a competere con produzioni che stavano abbandonando le rigidità degli anni ottanta in favore di una spettacolarità visiva senza precedenti. Nonostante il fascino intrinseco della sua proposta, il titolo finì per rappresentare lo storico canto del cigno della divisione arcade di Nichibutsu, che da lì a poco avrebbe progressivamente abbandonato lo sviluppo di hardware proprietari da sala per dedicarsi ad altri mercati, un audace esperimento che cercava di fondere la tradizione degli sparatutto a scorrimento con la crescente febbre per i mecha antropomorfi che dominava l’immaginario collettivo nipponico (e non solo) dell’epoca.

Tatakae! Big Fighter
La configurazione fighter privilegia la reattività e la velocità, ideale per navigare tra le congestionate installazioni nemiche

Arcade Archives 2 Tatakae! Big Fighter: Getter Sky Robo

L’impatto estetico è un perfetto portabandiera della transizione tecnologica di fine decennio, in cui la pixel art raggiunse livelli di dettaglio e corposità notevoli. Gli scenari che fanno da sfondo alle battaglie contro le armate dell’Architect, la misteriosa forza aliena che dobbiamo contrastare, sono caratterizzati da una forte predominanza di strutture metalliche, installazioni orbitali e basi nemiche che trasmettono una sensazione di pesantezza meccanica opprimente. Gli sprite dei velivoli e, soprattutto, dei mastodontici boss di fine livello sfoggiano una cura eccellente nelle animazioni, evidenziando ogni singolo ingranaggio che si sposta durante le varie trasformazioni. La tavolozza dei colori spazia attraverso tonalità sature e contrasti netti, tipici delle schede arcade del periodo, che riescono a far risaltare i minacciosi colpi nemici anche nelle situazioni più congestionate, sebbene in alcuni frangenti la complessità degli elementi sullo schermo possa indurre a qualche fatale distrazione visiva. Il comparto sonoro supporta degnamente l’azione grazie a una colonna sonora basata su ritmiche synth decisamente incalzanti, arricchita da effetti di esplosioni graffianti che restituiscono quell’acustica peculiare dei vecchi chip audio Yamaha.

La giocabilità è incentrata sulla gestione dinamica del sistema di controllo, grazie al quale possiamo passare istantaneamente dalla configurazione di caccia a quella di robot antropomorfo tramite la pressione di un tasto dedicato. Quando ci troviamo nella forma di jet, il sistema di movimento denota notevole prontezza e velocità di spostamento, ideali per districarsi all’interno dei fitti corridoi delle basi spaziali o per evitare i proiettili mirati. Con tali fattezze, tuttavia, il raggio d’attacco principale rimane vincolato all’asse orizzontale, costringendoci a un approccio più prudente che si affida ai classici potenziamenti per migliorare l’ampiezza dello stesso. Il giusto equilibrio tra i due assetti richiede una comprensione immediata del posizionamento dei nemici, poiché la fretta di cambiare configurazione senza aver studiato lo scenario può tradursi in una rapidissima perdita di vite preziose. La fluidità con cui l’hardware originale gestiva questo passaggio rappresenta ancora oggi un ottimo esempio di game design focalizzato sull’azione pura.

Il vero elemento di rottura rispetto alla tradizione degli sparatutto più convenzionali si manifesta nel momento in cui decidiamo di attivare la modalità robot, una trasformazione che modifica radicalmente lo stile di gioco e l’approccio tattico. Una volta estesi gli arti del mecha, la superficie della nostra area di impatto aumenta considerevolmente, trasformando il veicolo in un bersaglio decisamente più facile da colpire per le difese nemiche. A questo svantaggio fa però da controparte la capacità di indirizzare il fuoco principale in tutte le otto direzioni coperte dagli switch del joystick, permettendo di eliminare minacce posizionate sopra, sotto o diagonalmente rispetto alla rotta imboccata. Inoltre, l’animazione stessa della metamorfosi genera un anello energetico attorno al robot (e alla navicella quando ne riprendiamo la foggia), un vero e proprio scudo a corto raggio capace di distruggere i proiettili standard e danneggiare i nemici a stretto contatto. L’uso avanzato di questa barriera temporanea introduce una profondità strategica notevole, cosicché siamo in grado di eseguire trasformazioni continue e ritmate per ripulire lo schermo dalle minacce più insidiose, che vanno a compensare la spietata legnosità di alcuni passaggi e l’intransigenza dei checkpoint che caratterizzano i livelli avanzati.

Tatakae! Big Fighter

The Big-O Fighter

Il team di sviluppo di Hamster Corporation ha dimostrato ancora una volta una sensibilità fuori dal comune nel trattare il codice sorgente, altrimenti destinato a restare rinchiuso nelle memorie dei collezionisti di schede stampate. La fedeltà con cui hanno riprodotto la risposta dei comandi dell’epoca è semplicemente impeccabile, priva di quelle latenze d’ingresso che spesso affliggono le emulazioni commerciali meno rifinite. L’inclusione di filtri visivi avanzati per simulare la bombatura e le linee di scansione dei vecchi monitor a tubo catodico permette di personalizzare l’esperienza estetica secondo le proprie preferenze personali, restituendo quel feeling visivo originale senza impastare i dettagli della pixel art. L’introduzione della funzione di riavvolgimento rappresenta una manna per la fruizione moderna, grazie alla quale tutti vengono messi nelle condizioni di superare le asperità di un game design che originariamente era tarato esclusivamente per consumare le monete degli avventori nelle sale giochi.

Accanto a questi innegabili meriti di natura tecnica e accessibile, l’adozione della consueta infrastruttura di base aggiornata porta con sé alcune spigolosità strutturali che meritano un’analisi altrettanto rigorosa. Se da un lato l’aggiunta di modalità competitive basate sul punteggio o sulle sfide a tempo arricchisce la longevità complessiva di un pacchetto altrimenti esauribile in meno di un’ora, dall’altro l’interfaccia di gestione dei menu continua a presentarsi con una rigidità estetica fin troppo austera e priva di fronzoli storiografici. Sarebbe stato lecito aspettarsi una sezione enciclopedica più generosa, arricchita da bozzetti d’epoca, materiale promozionale o interviste ai designer di Nichibutsu, elementi che avrebbero impreziosito notevolmente il valore culturale dell’operazione. Inoltre, la ROM completamente in giapponese (Tatakae! Big Fighter non è stato purtroppo mai esportato ufficialmente oltreoceano), pur garantendo l’assoluta purezza dell’esperienza, potrebbe lasciare disorientati coloro che avrebbero gradito una seppur approssimativa localizzazione delle brevi sezioni testuali intermedie. La precisione del sistema di emulazione non riesce a nascondere una certa pigrizia nella presentazione dei contenuti di contorno, lasciando l’opera racchiusa in una teca di cristallo che si limita a esporre il reperto senza approfondirne il contesto storico.

Le funzionalità esclusive di questa specifica collana includono l’implementazione delle opzioni dedicate alla fluidità di aggiornamento dello schermo: il supporto alle tecnologie di frequenza di aggiornamento variabile permette di eliminare qualsiasi fenomeno di disallineamento visivo, con le immagini che scorrono via come il burro, meglio persino di quanto si poteva sperimentare sui cabinati originali spesso soggetti a micro scatti dovuti all’usura dei componenti interni. I salvataggi istantanei e la possibilità di mappare liberamente ogni singola funzione sui controller, inclusa l’attivazione del fuoco rapido a frequenza personalizzabile, dimostrano l’attenzione maniacale riposta nel rendere godibile il titolo per qualsiasi livello di abilità. Tutti questi accorgimenti tecnici riescono a mitigare l’intrinseca frustrazione derivante dai picchi di difficoltà del gioco, mentre gli appassionati di speedrunning possono fruire di uno strumento dalla precisione chirurgica per studiare le traiettorie perfette e ottimizzare i tempi di completamento nella rinnovata modalità cronometro. Si avverte chiaramente la mano di specialisti che conoscono a menadito le esigenze della nicchia a cui si rivolgono, pur accettando il compromesso di un’interfaccia utente rimasta ancorata alla sua essenza fin troppo basilare.

Tatakae! Big Fighter
La nuova modalità Time Attack spinge a ottimizzare ogni singola trasformazione per limare i secondi preziosi nelle classifiche globali

Arcade Archives 2 Tatakae! Big Fighter: Armored Trooper Terra Cresta

Ad ogni modo, serve un briciolo di sano distacco intellettuale per scindere il fascino intramontabile della nostalgia dalle reali qualità di un gameplay che accusa inevitabilmente il peso degli anni. L’intuizione della duplice forma resta un esperimento concettuale di indubbio interesse, una scintilla di creatività che anticipava soluzioni che sarebbero state sviluppate con ben altra consapevolezza nei decenni successivi. Di contro, una volta svanito l’entusiasmo iniziale per la spettacolarità delle trasformazioni e per l’ottima resa degli sprite antropomorfi, emerge una struttura dei livelli che soffre di vistosi problemi di ritmo. Lo scorrimento dello scenario procede a una velocità talvolta troppo compassata, trasformando alcune sezioni in lunghi momenti di attesa che smorzano la tensione dell’azione pura. Le repentine impennate di brutalità si succedono poi con una violenza disarmante, non tanto per la complessità dei pattern dei proiettili, quanto per la scelta infelice di posizionare i punti di ripartenza a una distanza eccessiva dai boss, costringendo a ripetere lunghe e tediose sequenze ambientali in caso di errore.

Il confronto con i mostri sacri del genere usciti nello stesso periodo storico mette in luce tutti i limiti strutturali che impedirono a Tatakae! Big Fighter di raggiungere l’immortalità commerciale nelle sale dell’epoca. Se capolavori assoluti dell’industria videoludica riuscivano a creare un perfetto equilibrio tra l’apprendimento mnemonico dei livelli e la pura improvvisazione basata sui riflessi, l’ultima fatica arcade di Nichibutsu pende in maniera troppo decisa verso la memorizzazione forzata. L’accavallamento cromatico di alcuni colpi nemici con i fondali industriali rappresenta un difetto di lettura visiva che nessun filtro moderno può correggere del tutto, un retaggio di quel design primitivo che mirava principalmente a interrompere bruscamente le partite dei giocatori meno attenti. Nel complesso, l’opera conserva comunque un’energia primitiva incredibilmente magnetica, capace di catturare l’attenzione di chiunque sappia apprezzare l’evoluzione storica delle meccaniche di gioco, come pure una sfida che non fa sconti a nessuno e che premia esclusivamente la costanza e la dedizione assoluta.

È un’operazione editoriale che merita di essere sostenuta, a prescindere dai difetti strutturali congeniti per un titolo del 1989, perché il mercato attuale ha un disperato bisogno di iniziative capaci di sottrarre all’oblio produzioni che, pur senza essere passate alla storia come pietre miliari dell’industria, hanno contribuito a formare quel tessuto connettivo di ricerche e indagini su cui sono nate le fortune di generazioni successive di game designer. La possibilità di fruire di questo spin-off di Terra Cresta su piattaforme moderne, con la comodità dei sistemi di salvataggio attuali e la precisione di un’emulazione da stato dell’arte, è un lusso che ogni vero cultore della materia dovrebbe concedersi. Il valore storico del titolo supera di gran lunga i suoi limiti di bilanciamento ludico, offrendo uno spaccato autentico e non edulcorato di un’epoca in cui le sale giochi osavano percorrere strade bizzarre prima di arrendersi alla standardizzazione dei generi commerciali.

L’ottimo sprite design degli avversari più massicci evidenzia l’ottima espressività raggiunta dai grafici di Nihon Bussan a fine decennio

Space Runaway Nihon Bussan

L’approdo del testamento spirituale di Nichibutsu sulle console di ultima generazione si traduce in un’eccellente operazione di archeologia digitale, che piacerà da matti a quanti come il sottoscritto hanno consumato valanghe di gettoni nei pomeriggi estivi. Il lavoro svolto dall’editore giapponese per traghettare questo sparatutto nel presente si dimostra solido e rispettoso della materia d’origine, confermando l’efficacia di un’infrastruttura tecnologica ormai collaudata da anni di pubblicazioni. I vantaggi legati all’introduzione delle comodità moderne, come il riavvolgimento delle azioni e le classifiche globali, riescono a svecchiare la fruizione di un titolo altrimenti ostico e ingrato per la maggior parte del pubblico contemporaneo. Nondimeno, l’assenza di un vero compendio informativo e la persistente aridità dei menu di configurazione impediscono al pacchetto di raggiungere quell’eccellenza assoluta che una simile operazione di recupero avrebbe meritato. Ci troviamo di fronte a un acquisto obbligato per i collezionisti di rarità da sala, ma che richiede una buona dose di tolleranza nei confronti delle sue inesorabili meccaniche d’altri tempi.

Come qualità del game design originale e valore in termini di puro intrattenimento, Sky Robo costituisce un affascinante anacronismo che mostra con orgoglio le proprie rughe assieme a svariate intuizioni avanguardistiche. La bontà della meccanica legata alla trasformazione in robot a otto direzioni rimane il vero fiore all’occhiello dell’intera produzione, un fattore capace di regalare ancora oggi scariche di pura serotonina se padroneggiato con il dovuto tempismo. I difetti strutturali legati al ritmo altalenante dei livelli e al posizionamento dei checkpoint decisamente punitivo non compromettono l’interesse storico di un titolo che ha segnato la fine di un’era per una delle software house più emblematiche del Giappone.


La riedizione Tatakae! Big Fighter si attesta come una preziosa testimonianza di un modo di intendere lo sviluppo dei videogiochi che non esiste più, fatto di azzardi estetici e di efferatezza ludica non mediata da logiche di mercato eccessivamente protettive. Hamster Corporation ha svolto il proprio compito con la consueta meticolosità, confezionando un prodotto pulito, accessibile e tecnicamente inappuntabile sotto ogni punto di vista emulativo. Spetta ora a noi decidere se accettare la sfida lanciata dalle armate spaziali di Nichibutsu, consapevoli che dietro quell’austera facciata di pixel si nasconde la vera essenza di un’epoca irripetibile. L’investimento richiesto viene ampiamente ripagato dalla scoperta di un gameplay audace, un piccolo lembo di un arazzo storico monumentale che continua a risplendere di luce propria sui nostri schermi ad alta definizione.


 

Corso Giornalismo Videoludico
Gioca da quando ha messo per la prima volta gli occhi sul suo Commodore 64 e da allora fa poco altro, nonostante porti avanti un lavoro di facciata per procurarsi il cibo. Per lui i giochi si dividono in due grandi categorie: belli e brutti. Prima che iniziasse a sfogliare le riviste del settore erano tutti belli, in realtà, poi gli è stato insegnato che non poteva divertirsi anche con certe ciofeche invereconde. A quel punto, ha smesso di leggere.