MIO Memories in Orbit Recensione: un metroidvania dipinto a mano

MIO Memories in Orbit

Ancora non riesco del tutto a metabolizzare il fatto che il 2017 sia stato quasi dieci anni fa. Metterlo nero su bianco fa un certo effetto, eppure quella data resta fondamentale per un genere, quello dei metroidvania, che in questa decade ha vissuto una vera e propria rinascita. È all’interno di questa lunga stagione creativa che si inserisce MIO Memories in Orbit, ultima fatica sviluppata da Douze Dixièmes, oggi chiamato a confrontarsi con un’eredità tutt’altro che leggera.

I protagonisti assoluti di questa nuova “golden age”, sono stati soprattutto i team indipendenti, con titoli come il primo Hollow Knight, Axiom Verge e Dead Cells, capaci di ridefinire aspettative e linguaggi. Un successo tale da spingere persino i giganti dell’industria a tornare a investire nel genere, con esempi eccellenti come Metroid Dread e, più di recente, Prince of Persia The Lost Crown. In un mercato ormai così ampio e stratificato, però, ritagliarsi uno spazio personale è una sfida che nasconde insidie tutt’altro che trascurabili. La domanda sorge quindi spontanea: sarà riuscito il piccolo sviluppatore parigino, a far sentire la propria voce in un panorama tanto affollato? Non resta che scoprirlo in questa recensione.

MIO Memories in Orbit, Scenari
Le ambientazioni mostrano fin da subito tutta la potenza creativa dello studio.

MIO Memories in Orbit: archeologia di un mondo che ha già accettato la fine

Raccontare l’avventura che si vive nei panni del piccolo androide MIO non è affatto semplice. La narrazione rifugge qualsiasi forma di didascalismo e ricorre al dialogo solo in rari momenti, sempre sospesi tra suggestioni filosofiche e ambiguità criptiche. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a riflessioni che richiamano NieR Automata, fuse con i silenzi densi di significato di Hollow Knight, in un racconto che preferisce suggerire piuttosto che spiegare.

La storia prende forma soprattutto attraverso il mondo di gioco. Il Vascello non è una semplice astronave, ma un’arca tecnologica alla deriva nello spazio: un tempo governata dalle cosiddette Perle, intelligenze artificiali un tempo custodi e ora mute, oggi si presenta come un intricato labirinto di ruggine, soffocato da una vegetazione aliena che sembra nutrirsi dei circuiti stessi. In questo contesto fuori dal tempo, MIO, inspiegabilmente privo di memoria, assume il ruolo di un vero e proprio archeologo meccanico, chiamato a esplorare un luogo che, più che attendere una salvezza, pare aver già accettato la propria fine. Difficile non cogliere, in questo senso, gli echi di The Legend of Zelda Breath of the Wild.

La solitudine e il peso di un’esistenza consumata dal tempo permeano costantemente l’esperienza, ma non mancano incontri significativi, come il mercante Mel e gli altri NPC che popolano le varie aree del Vascello. Ognuno di loro testimonia il decadimento della struttura, incarnando personalità ben definite, talvolta sacrali, talvolta sorprendentemente amichevoli o persino ironiche. La vera profondità narrativa, però, emerge dai robot danneggiati disseminati nell’ambiente: ripararli non significa soltanto ottenere benefici ludici, ma ricomporre frammenti di una memoria collettiva spezzata. In questo modo, anche i frequenti momenti di backtracking, tratto distintivo del genere, si trasformano in occasioni narrative: tornare sui propri passi non è mai tempo sprecato, ma un gesto di autentica archeologia emotiva, un tentativo di restituire dignità a un ecosistema ormai morente.

Laboratori
Non si scherza con il fuoco, ma neanche con i laser!

Un fumetto vivente

Inutile negarlo: se MIO Memories in Orbit si impone fin da subito come uno dei metroidvania che più seriamente si candidano a essere tra i titoli interessanti dell’anno, gran parte del merito va al suo stile grafico. Fin dai primi trailer, il gioco spicca rispetto alla massa di produzioni indie grazie a una direzione artistica di primissimo livello, che ne rappresenta il vero biglietto da visita. Visivamente, come gli artwork presenti in questo articolo testimoniano meglio di qualsiasi descrizione, MIO è una gioia per gli occhi. Ambientazioni disegnate a mano riescono nella non banale impresa di fondere il fumetto europeo alla Moebius con la ricchezza cromatica e la delicatezza dello Studio Ghibli. Il tutto è dipinto attraverso una splendida palette di pastelli e acquerelli, incorniciati da linee nere marcate che definiscono personaggi e scenari, facendo apparire ogni bioma come un quadro in costante movimento.

Il motore proprietario sviluppato dal team garantisce un’eccellente fluidità generale, pur mostrando qualche sporadico calo di frame nelle zone più dense di effetti particellari. A completare il quadro interviene una colonna sonora “deep-space jazz” firmata da Pauline Dubois, capace di accompagnare l’esplorazione con toni sospesi e di esplodere in momenti più solenni durante gli scontri chiave. Le tracce oscillano tra il lo-fi e l’ambient durante l’esplorazione e momenti più solenni e corali negli scontri chiave. È una musica che accompagna senza invadere, capace di suggerire sensazioni fisiche, freddo, calore, vastità, prima ancora che emotive. Un lavoro raffinato, che contribuisce in modo decisivo all’identità del gioco.

MIO Memories in Orbit, Boss Fight
La prima Boss Fight non si scorda mai

Il piacere del movimento

Come ogni metroidvania che si rispetti, il feeling di movimento è una componente fondamentale e, anche in questo caso, il risultato è largamente promosso. Il cuore della mobilità risiede nell’interazione tra i Viticci e l’Uncino, due strumenti che ridefiniscono il rapporto tra MIO e lo spazio circostante. I viticci introducono una gestione costante della stamina: la presa di MIO è nervosa, elettrica e, soprattutto, non può durare all’infinito. L’Uncino, invece, funziona come un sistema di proiezione vettoriale capace di ridurre drasticamente l’inerzia, permettendo di orbitare intorno ai nemici e di ripensare completamente l’approccio al movimento e al posizionamento.

In certi frangenti, MIO Memories in Orbit richiama la precisione chirurgica di titoli come Celeste: colpire i fiori ristoratori a mezz’aria ricarica la stamina e resetta i salti, consentendo di attraversare stanze immense senza mai toccare il suolo. Rimane qualche incertezza nell’affidabilità del sistema di arpionamento, che in rari momenti di precisione millimetrica può risultare leggermente punitivo, ma nulla che comprometta seriamente il flow complessivo.

Ho apprezzato in particolare la presenza di sezioni dedicate all’apprendimento delle meccaniche, in cui la grafica si fa improvvisamente essenziale, quasi astratta. Vere e proprie simulazioni pensate per familiarizzare con le abilità man mano sbloccate, accompagnate da brevi frasi di taglio filosofico che, passo dopo passo, aiutano a decifrare il senso del nostro vagare all’interno del Vascello.

MIO Memories in Orbit, Salti
Platforming di precisione e level design lavorano insieme per creare sezioni dinamiche e fluide.

MIO Memories in Orbit: combattimento, rischio e ritmo

Il sistema di combattimento di MIO Memories in Orbit si innesta in modo naturale nella sua filosofia di movimento. Non siamo di fronte a un action frenetico in senso tradizionale, ma piuttosto a una danza fatta di posizionamento, gestione dello spazio e lettura degli attacchi avversari. Gli scontri premiano chi resta in aria, chi sfrutta le proprie capacità atletiche per controllare il campo e chi sa riconoscere il momento giusto per attaccare o riposizionarsi.

I nemici sono numerosi e ben differenziati, con pattern leggibili ma mai banali. Alcuni avversari comuni, come i robot dotati di lunghe lance o le creature meccaniche più massicce, richiedono approcci specifici e puniscono l’improvvisazione. I boss, invece, rappresentano veri e propri snodi dell’esperienza. Ogni scontro è infatti costruito per mettere alla prova la padronanza delle meccaniche, spesso obbligando a sfruttare verticalità e movimento aereo in modo creativo.

Non mancano picchi di difficoltà, soprattutto nelle fasi iniziali, dove il gioco chiede al giocatore di adattarsi rapidamente a un sistema chiaro, ma che necessita comunque di tempo per essere padroneggiato appieno. Fortunatamente, sono presenti diverse opzioni di assistenza che permettono di rendere l’esperienza più accessibile senza snaturarla, mantenendo intatto il senso di sfida ma smussandone gli angoli più spigolosi. Tra queste spicca persino la possibilità di affrontare una run “pacifica”, in cui, al di fuori degli scontri con i boss, è possibile esplorare l’intera mappa senza affrontare combattimenti. Allo stesso modo, in caso di boss particolarmente coriacei, è possibile ripetere lo scontro affrontandone una versione già parzialmente indebolita. Si tratta, è bene sottolinearlo, di opzioni del tutto facoltative, pensate per andare incontro anche a chi non è particolarmente avvezzo al genere.

Ambienti
La cura degli ambienti interni contribuisce in modo significativo all’atmosfera del Vascello.

Quando anche l’interfaccia è una scelta strategica

Ho apprezzato anche il modo in cui il gioco concepisce la gestione dei potenziamenti. Al posto del classico albero delle abilità, MIO Memories in Orbit propone una griglia a slot limitati in cui incastrare moduli di potenziamento. La particolarità sta nel fatto che anche elementi dell’interfaccia la barra della vita dei nemici o indicatori vari, occupano spazio all’interno della stessa griglia. Il risultato è un sistema che trasforma l’HUD in una scelta autenticamente strategica. Preferiamo avere più informazioni a schermo o sacrificare parte della leggibilità in favore di una maggiore potenza offensiva o difensiva? È una decisione che non riguarda solo lo stile di gioco, ma anche il rapporto che il giocatore instaura con il mondo. Rinunciare all’interfaccia significa affidarsi all’istinto, alla memoria e all’esperienza diretta, in un titolo che riflette proprio sui concetti di identità e ricordo.

A dare ulteriore spessore a questo meccanismo contribuisce il recupero dei Vecchi Nuclei dei robot caduti. Non si tratta di semplici risorse, ma di frammenti di un passato che il Vascello sembra aver dimenticato. Consegnarli a Mel per ottenere potenziamenti va così oltre la mera ottimizzazione: dalle descrizioni dei manufatti recuperati emerge chiaramente la volontà di ricostruire, pezzo dopo pezzo, una memoria collettiva spezzata. Dal punto di vista tecnico, MIO Memories in Orbit si comporta generalmente bene. Il motore proprietario consente una notevole fluidità e una resa visiva coerente, anche se non mancano sporadici cali di frame nelle aree più dense di effetti particellari o durante le fasi più concitate. Nulla di realmente compromettente, ma qualche incertezza è presente.


MIO Memories in Orbit è un metroidvania pienamente consapevole del contesto in cui nasce. Sa di arrivare in un genere affollato, saturo di omaggi e derivazioni e, proprio per questo, sceglie di distinguersi non tanto alzando l’asticella tecnica, quanto proponendo idee coerenti, personali e profondamente legate ai suoi temi. Non è un titolo perfetto: alcune incertezze nel sistema di aggancio, qualche picco di difficoltà e sporadici cali di frame gli impediscono di raggiungere l’eccellenza assoluta. Eppure, la forza della sua visione, del suo sistema di movimento e del modo in cui gameplay, narrazione e progressione dialogano tra loro lo rendono uno dei metroidvania più interessanti degli ultimi tempi. Douze Dixièmes firma un’opera malinconica e affascinante, che non ambisce a sostituirsi ai grandi nomi del genere, ma a camminare al loro fianco con una voce propria. Un viaggio fatto di memoria, di perdita e di grazia meccanica, che vale la pena intraprendere fino all’ultimo frammento.