Caso Ubisoft: parlare di bancarotta è irrealistico, sperare che ciò avvenga è vergognoso

Ubisoft

Negli ultimi giorni i vertici Ubisoft hanno annunciato una serie di misure straordinarie che hanno scosso il settore videoludico: sei titoli in sviluppo – tra cui il remake di Prince of Persia: The Sands of Time e un progetto volto al rilancio della serie Watch Dogs – sarebbero stati infatti cancellati mentre gli studi di Halifax e Stoccolma hanno addirittura chiuso i battenti. In parallelo, l’azienda francese annuncia anche tagli significativi al personale nell’ottica di una spending review tesa ad ottenere un margine di risparmio pari a circa 200 milioni di euro entro i prossimi due anni.

Le altre cancellazioni sarebbero legate a prodotti in via di sviluppo non ancora ufficializzati, tra cui un possibile rilancio per la serie di Watch Dogs. Curiosamente, Beyond Good and Evil 2 è sopravvissuto al cut.

Secondo quanto riferito dai portavoce della major, queste manovre rientrano nell’ottica di una strategia di riorganizzazione profonda che dovrebbe culminare con il varo di cinque Creative House distinte, il cui compito sarà quello di curare la progettazione di titoli legati a determinati generi o a franchise specifici in via del tutto esclusiva. Liberando i nuclei di lavoro dall’onere di sviluppare più titoli allo stesso tempo e dalle controindicazioni legate a collaborazioni obbligate con altri studi sparsi sul globo, detta soluzione non dovrebbe comportare soltanto un’ottimizzazione dei budget: i vertici Ubisoft ritengono infatti che, l’adozione di questo nuovo approccio contribuirà anche a ridurre le tempistiche di produzione, escludendo il reiterarsi di episodi imbarazzanti come i ritardi accumulati da Skull And Bones o Beyond Good and Evil 2.

Caso Ubisoft – Dati alla mano

Al di là di ogni rassicurante rettifica, i segnali finanziari provenienti dal mercato sottolineano in modo limpido le pressioni cui Ubisoft è sottoposta: allo stato attuale, le previsioni per l’anno fiscale 2025-26 indicherebbero un passivo di circa un miliardo di euro, mentre i booking netti sono stati rivisti al ribasso intorno a una quota vicina a 1,5 miliardi di euro. Come ampiamente prevedibile, l’annuncio ha peraltro registrato un impatto severo in Borsa, segnando il punto più basso mai toccato dalle quote Ubisoft nella sua storia. Pur generando comprensibile agitazione tra gli investitori, i portavoce della major gettano comunque acqua sul fuoco: nonostante il clima di forte incertezza, il futuro di brand storici come Assassin’s Creed, Far Cry e Rainbow Six non sarebbe difatti a rischio. Nell’ottica del succitato riassetto aziendale e in ragione di vendite tanto costanti quanto robuste, questi ultimi andranno anzi a costituire i propulsori primari dell’ambita riscossa.

In seguito all’annuncio, il titolo UbiSoft ha fatto registrare un drop del 39,83% alla Borsa di Parigi, segnando il record negativo nella storia del brand.

A naso, diversi analisti di mercato hanno guardato con generale favore a questo scossone, eppure guai a ritenere che un buon piano a livello teorico si converta automaticamente in un successo all’atto pratico. Giusto in proposito, subentra il parere degli scettici che, pur interpretando i cambiamenti in corso come necessari, nutrono ancora molti dubbi sulla possibilità che la strategia adottata maturerà i risultati sperati entro tempi brevi. Un discorso a parte, andrebbe a questo punto fatto per quanto riguarda gli effetti che la stessa potrebbe maturare sul concept dei videogame in lavorazione. Nel confermare che l’impianto Open-World continuerà a rivestire un ruolo centrale nelle politiche stilistiche della compagnia, Ubisoft ha lasciato intendere che uno degli obiettivi primari della riforma delle Creative House sarà quello di promuovere solide innovazioni concettuali. Concedendo agli sviluppatori maggior libertà creativa si cercherà, in altre parole, di rinnovare progressivamente la struttura portante delle hit più note: una premessa cui speriamo seguiranno fatti concreti, giacché il rilancio del brand passerà anche e soprattutto dalla capacità di proporre esperienze videoludiche meno prevedibili.

Caso Ubisoft – Cosa si rischia?

Sebbene siano stati già in molti ad intonare macabri de profundis, è importante precisare che la sopravvivenza di Ubisoft non è in discussione. Al netto di ogni criticità emersa sui fronti economico e produttivo, la major francese può infatti contare su un ampio ventaglio di assi nella manica: il potere commerciale delle sue IP di punta resta  saldissimo, così come le partnership strategiche che legano il marchio a fondi economici solidi come Fidelity e Vanguard, a cui vanno sommati concreti incentivi statali.

Va specificato che Ubisoft sia un colosso multimediale supportato da un numero di partnership elevato che spaziano anche e soprattutto in settori esterni o paralleli a quello videoludico.

Attenti dunque a seguire magici pifferai che parlano di bancarotta: questo genere di riassetti strutturali sono il pane quotidiano di ogni grande nome quotato in Borsa e, per estensione, una formula collaudata per restituire stabilità e nuova credibilità al marchio. Allo stesso tempo, è tuttavia imperativo che le misure adottate maturino gli effetti sperati entro tempi ragionevoli, pena un ulteriore downgrade fiduciario da parte degli azionisti cui seguirebbe la futuribile necessità di individuare nuovi partner… Col fondo PIF Saudita già pronto a fregarsi le mani.

Caso Ubisoft – La gogna mediatica

Tanto per non cambiare, le notizie provenienti dalla Francia hanno generato un incontenibile entusiasmo tra le numerose fila degli hater: una corrente di pensiero in rapida ascesa che, seguendo una logica difficilmente interpretabile, ha scelto di attribuire al brand d’oltralpe molti dei mali del gaming contemporaneo. Chiunque bazzichi il settore da un certo intervallo di tempo, conoscerà perfettamente gli estremi di questa routine: a cadenza ciclica, brand un tempo osannati divengono l’oggetto di un’ostilità spesso ingiustificata, alimentando un’eterna ruota della sfortuna che, negli ultimi vent’anni, ha visto nomi come Activision, Electronic Arts, Microsoft, Sony e Apple alternarsi al ceppo della gogna. È opinione diffusa che il fenomeno nasca dalla fusione tra una percezione alterata delle dinamiche di mercato e il volgare tifo da stadio: ignorando che ogni azienda coinvolta nell’industria videoludica miri a generare profitto, questo genere di utente tenderebbe a fare una distinzione del tutto arbitraria sull’etica dei brand, dividendo i puri dagli impuri in base a valutazioni emotive, piuttosto che obiettive. Complici i trend alimentati dai social, una cospicua fetta di gamer finisce quindi per aderire a una continua caccia alle streghe, il cui obiettivo muta periodicamente e, spesso, senza alcuna ragione fattuale.

L’hater che auspica il fallimento di un’azienda è un po’ come il marito che si evira per far dispetto a sua moglie. Se un grande brand fallisce, perdiamo tutti.

Nel caso di Ubisoft, sorge però la necessità di fare un piccolo distinguo, perché l’ostilità del popolo non sembra del tutto autogena. Da un po’ di tempo a questa parte, diversi organi di stampa seguitano infatti a relazionarsi con una certa sufficienza ai prodotti della casa di Saint-Mandé, tanto da lasciar supporre che vi sia ormai una sorta di pregiudizio a riguardo. Le accuse più comuni fanno riferimento alla ripetitività degli schemi concettuali e ad una eccessiva tendenza alla serializzazione ma, per quanto evidenti, detti limiti paiono spesso rivestire un peso specifico minore quando vengono rintracciati in opere firmate da altri brand.

Negli ultimi anni, il rapporto tra Ubisoft e testate giornalistiche non è stato idilliaco: anche di fronte a titoli solidi come Assassin’s Creed Shadows o Avatar: Frontiers of Pandora le recensioni nazionali e internazionali si sono infatti rivelate alquanto severe.

Difficile ora capire se sia la stampa a influenzare il pubblico oppure il contrario, ma di certo questo corto circuito finisce per alimentare determinate derive, non ultima quella di auspicarsi il fallimento dell’azienda. Ed è qui che, a nostro avviso, salta il banco. Oltre a dimostrarsi quanto meno ingeneroso nei confronti di una realtà che in quarant’anni di attività ci ha regalato tantissime emozioni e videogame di livello altissimo, quest’accanimento si riversa anche su migliaia di professionisti in tutto il mondo, molti dei quali perderebbero il proprio lavoro in caso di un tracollo definitivo. In base a questi due princìpi, viene spontaneo domandare a chiunque si auguri la bancarotta della major, quali benefici concreti ciò comporterebbe sulla propria esistenza. Possibile che esistano persone ridotte a sperare nel tracollo di un’azienda per provare un pizzico di soddisfazione? Evidentemente sì e finché assisteremo a questo genere di esternazioni, sarà difficile che il mondo dei videogame si liberi una volta per tutte dell’odiosa etichetta di “roba per bimbi troppo cresciuti”.

Attivamente Impegnato nel settore editoriale dal 2003, ha scritto per le più note riviste videoludiche italiane, concentrandosi spesso nell'area Retrogaming. Dopo aver pubblicato il saggio Storia delle Avventure Grafiche: l’Eredità Sierra, ha svolto ruolo di docente universitario in tema di Storia del Videogame ed è attualmente impegnato col medesimo ruolo nel Corso di Giornalismo Videoludico di VGMag.