Last Flag Recensione: l’hero-shooter di Dan Reynolds stupisce a suon di musica e colori

Last Flag
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Last Flag è uno di quei titoli che, almeno sulla carta, sembrano partire da un concetto estremamente semplice: catturare la bandiera. Eppure, nel momento in cui si entra davvero in partita, ci si accorge subito che sotto questa apparente semplicità si nasconde un’idea sorprendentemente originale.

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Il gioco è sviluppato da Night Street Games, uno studio indipendente fondato dai fratelli Mac e Dan Reynolds, cantante degli Imagine Dragons e game director del gioco, dettaglio che da solo rappresenta una curiosità non da poco. Il frontman del gruppo, infatti, è da sempre appassionato di videogiochi e ha spesso parlato pubblicamente di quanto il gaming abbia influenzato la sua creatività. Questo interesse si è trasformato negli anni in collaborazioni concrete: la più famosa è senza dubbio quella con Riot Games, avendo realizzato musica per la serie Arcane e per i Mondiali di League of Legends. Questa passione ha poi spinto i fratelli Reynolds ad aprire il loro studio di sviluppo indipendente, con sede a Las Vegas. Last Flag è il loro primo titolo. Il gioco è già disponibile su PC tramite Steam ed Epic Games Store e arriverà anche su PlayStation 5 e Xbox Series X/S durante l’estate.

Lumberjack con la sua ascia

Catturare la bandiera, in pieno stile anni ‘70

Il titolo si presenta come uno shooter multiplayer 5 contro 5 in terza persona, con elementi da hero-shooter e una struttura che mescola abilità, strategia e coordinazione di squadra. La vera trovata originale, però, è il modo in cui reinterpreta la modalità di cattura della bandiera: invece di avere una posizione fissa, ogni squadra può nascondere la propria bandiera all’inizio del match, nell’arco di un minuto, creando immediatamente una dimensione di gioco basata su intuizione, bluff e lettura dell’avversario. Questo semplice cambiamento trasforma completamente il ritmo della partita. Non si tratta più solo di sparare e avanzare, ma di osservare, dedurre, controllare la mappa e prendere decisioni tattiche. Nonostante si tratti di un hero-shooter, tra l’altro, si potrebbe anche giocare un’intera partita senza sparare un colpo o quasi, se si è incaricati di nascondere la bandiera o magari catturare quella avversaria, oppure ricoprire un ruolo di supporto sfruttando determinati timing.

Le torri di controllo presenti al centro della mappa aggiungono un ulteriore livello strategico, permettendo di restringere progressivamente l’area in cui potrebbe trovarsi la bandiera nemica. Il risultato è un’esperienza che ricorda un incrocio tra uno shooter classico e un gioco da tavolo, con una tensione crescente man mano che la partita si sviluppa. Rispetto ad altri FPS del genere, come gli hero-shooter più frenetici o i classici arena shooter, Last Flag punta meno sulla pura abilità meccanica e più sulla cooperazione e sull’intelligenza tattica. È un gioco che premia chi pensa prima di sparare, senza però rinunciare all’azione, perché, fidatevi, quella non manca affatto.

Pad alla mano Last Flag si rivela un titolo immediato, ma non banale. I controlli sono accessibili, le abilità dei personaggi sono facili da comprendere, ma padroneggiarle davvero richiede tempo e un po’ di frustrazione. Ogni “contestant”, come vengono chiamati i personaggi, ha abilità uniche e uno stile di gioco ben definito, anche se a livello di design non sempre risultano rivoluzionari.

Il gameplay ruota attorno a tre fasi principali: nascondere la bandiera, cercare quella avversaria e infine difenderla una volta catturata, finché non si viene proclamati vincitori. Quest’ultima fase è particolarmente interessante perché, a differenza di molti altri giochi, la vittoria non è immediata: bisogna resistere per un certo periodo, dando all’altra squadra la possibilità di ribaltare la situazione. Questo crea momenti di tensione davvero riusciti, spesso caotici ma mai casuali. Rispetto a un King of the Hill, insomma, non tutto ruota attorno al dominio del territorio.

Dal punto di vista della fluidità, il gioco si comporta generalmente bene. Le partite sono rapide, raramente superano i 15-20 minuti, e il ritmo è costante, senza tempi morti. Tuttavia, abbiamo notato che il gunplay e il movimento non sempre risultano perfettamente rifiniti, con una sensazione talvolta un po’ “leggera” rispetto agli standard degli FPS più consolidati. Nulla di drammatico, ma abbastanza da far percepire il gioco come un progetto giovane.

Interessante anche la componente economica interna alle partite: accumulando risorse tramite l’uccisione di nemici predefiniti, che si diversificano in ogni mappa, è possibile potenziare il proprio personaggio durante il match, aggiungendo un leggero elemento da MOBA che arricchisce ulteriormente la profondità del gameplay.

Skyfire combatte contro Tango

Un PS dal gusto retrò colorato e divertente

Uno degli aspetti più riusciti di Last Flag è senza dubbio la sua identità visiva. Il TPS (third-person-shooter) adotta uno stile colorato e brillante, con un’estetica che richiama programmi televisivi anni ’70, creando un’atmosfera unica e immediatamente riconoscibile. Le mappe sono ampie e ben costruite, con una buona varietà di ambientazioni e un level design pensato per favorire sia l’esplorazione sia gli scontri diretti.

Visivamente il titolo non punta al fotorealismo, ma a uno stile più cartoonesco, che ricorda in parte giochi come Team Fortress 2, Fortnite e anche Overwatch, pur mantenendo una propria personalità. Questo approccio funziona bene anche in termini di gameplay, perché rende più facile distinguere nemici, abilità ed elementi interattivi nel caos della battaglia. Dal punto di vista tecnico, il gioco gira su Unreal Engine e offre una buona stabilità generale: i movimenti risultano fluidi e il titolo gira bene a 80/90 fps costanti. Non è un gioco che spinge al massimo l’hardware, ma riesce comunque a mantenere una fluidità soddisfacente nella maggior parte delle situazioni.

Porta la bandiera nemica nel tuo territorio!

Il comparto audio: la vera identità artistica di Last Flag

Il comparto audio è quello che fa davvero la differenza. La colonna sonora, curata dallo stesso Dan Reynolds insieme ad altri compositori, utilizza strumenti vintage e richiami sonori retrò per rafforzare l’atmosfera da game show in stile survival. Le musiche accompagnano bene l’azione senza risultare invasive, mentre gli effetti sonori sono chiari e funzionali al gameplay. Interessante la scelta di dare importanza anche ai momenti di sconfitta, con tracce dedicate che contribuiscono a mantenere alto il coinvolgimento anche quando si perde.

Degno di nota è anche l’aspetto ironico e intrattenente del gioco. Un presentatore, infatti, ci accompagna con il suo tono scanzonato durante tutta la partita, un po’ come se ci trovassimo in una sorta di coloratissimo Hunger Games in diretta TV, dove ogni nostra vittoria o sconfitta, uccisione o morte, viene sottolineata dal cronista con battute e toni canzonatori, un dettaglio che rende l’esperienza davvero immersiva.

Last Flag è sicuramente uno shooter competitivo atipico. Non cerca di competere direttamente con i giganti del genere sul piano della precisione o della profondità meccanica pura, ma propone qualcosa di diverso: un’esperienza che mescola azione, strategia e un tocco di meraviglia quasi fanciullesca.  Rispetto ad altri FPS si distingue per il suo approccio “fun first”, dichiaratamente orientato al divertimento prima che alla competizione estrema. Questo lo rende accessibile, ma non per forza superficiale. Anzi, sotto la superficie colorata si nasconde un sistema profondo, soprattutto quando le squadre iniziano a sfruttare davvero tutte le meccaniche a disposizione.


Last Flag riesce a essere divertente fin da subito, ma dà sicuramente il meglio di sé quando si gioca in squadra con un minimo di coordinazione. In solitaria resta godibile, ma perde gran parte del suo potenziale strategico. Non è un gioco perfetto: alcune componenti, come il feeling delle armi o la varietà dei personaggi, potrebbero essere ulteriormente rifinite e a tratti risultano banali. Tuttavia è un titolo con una forte identità artistica e un’idea centrale davvero riuscita, che prova a distinguersi in un mercato ormai saturo di shooter simili tra loro, con una soundtrack che sottolinea la forte identità del gioco. In un periodo in cui molti sparatutto sembrano rincorrere le stesse formule, Last Flag ha il merito di fermarsi un attimo e chiedersi: e se bastasse cambiare una sola regola per rendere tutto più interessante? La risposta, almeno per ora, è sì.


 

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