Kinds of Kindness Recensione: Sweet dreams are made (of this)

Yorgos Lanthimos presenta la sua ultima opera, dal titolo Kind of Kindness e con protagonista Emma Stone, in arrivo oggi nelle sale.

Dopo il successo esaltante e la pioggia di consensi ottenuta con “Povere Creature!“dello scorso anno (presentato al Festival di Venezia 2023), il greco Yorgos Lanthimos è tornato in concorso a Cannes 2024 per portare sulla Croisette Kinds of Kindness, un’altra opera insidiosa e divisiva, sorretta da un grande cast che vede ancora una volta protagonista la musa del regista Emma Stone, al fianco di altri grandi indiscussi talenti come Jesse Plemons, Willem Dafoe, Margaret Qualley e Hong Chau. La pellicola (nelle sale italiane dal 6 giugno) vanta una struttura particolare, su sceneggiatura del fidato Efthimis Filippou, che addentrandosi nei meandri di una fiaba dark, in tre atti, restituisce lo spaccato di creature immaginarie e immaginifiche costituite perlopiù da proiezioni e abiezioni mentali, attraverso sogni che si fanno presto incubi e realtà accudenti che diventano abusive. Una parabola da girone infernale dove i sogni sono sostanzialmente ciò che sfila, crudo e macabro, davanti ai nostri occhi, sfruttandoci e venendo sfruttati a loro volta in perfetta linea con gli Eurythmics d’apertutra “Sweet dreams are made (of this), Some of them want to use you, Some of them want to get used by you”.

Kinds of Kindness: Sono sempre “Povere creature”…

La storia si dipana attraverso tre capitoli in cui gli stessi attori mutano abiti e ruoli per raccontare diverse sfaccettature della stessa audace perversione, controversa e illusoria “gentilezza” partorita dalla mente visionaria di Lanthimos. Nel primo capitolo un uomo tenta di divincolarsi dalla stretta velenosa del suo “benefattore”, ma l’atto di ribellione viene strozzato sul nascere e l’uomo (uno straordinario Jesse Plemons) sarà costretto a fare carte false pur di tornare nelle grazie del suo mentore (un malefico Willem Dafoe, semplicemente perfetto nel ruolo). Un crescendo violento e di spiccato sadismo che mostra come una volta demandato il controllo delle proprie azioni, invertire la rotta può rivelarsi fatale.

Nel secondo atto, contaminato di cannibalismo e sacrificio umano, un poliziotto (sempre Jesse Plemons che qui muta da vittima in carnefice) accoglie il ritorno a casa della moglie scomparsa (Emma Stone) con sospetto e crescente fastidio. Costringerà, dunque, la donna che lui crede essere una maligna impostora, a prove e sacrifici sempre più estremi, in attesa e nella speranza di riabbracciare la sua vera consorte. Senza dubbio il più macabro ed eccessivo tra i tre capitoli, qui la “gentilezza” è declinata nelle varie conturbanti rappresentazioni del sacrificio umano, quello estremo, attraverso un gioco delle parti ferocemente dark e pulp.

Nell’ultimo e conclusivo capitolo, due agenti (Jesse Plemons ed Emma Stone) sono in missione, per conto di una setta (guidata dai tirannici capi – Wille Dafoe e Hong Chau, sulle tracce di una donna dal potere molto speciale (Margaret Qualley nella doppia veste di due gemelle). La ricerca, estenuante e ricca di eventi collaterali, porterà la Stone a un passo dall’obiettivo, ma i rigidi dettami della setta e la necessità intrinseca di “purezza” ostacoleranno la via verso la missione, mentre il sadico Demiurgo, infine, metterà la sua personale dissacrante parola Fine alla storia. Un racconto dis(umano), a tratti quasi raccapricciante nel suo essere elusivo e oppressivo della natura umana e del suo naturale fluire. Missioni, regole e divieti categorici sono gli elementi cardine di questo epilogo a dir poco beffardo, che chiude il cerchio del film fissando il punto di rottura, quel confine sempre più labile tra libertà e oppressione, tra sogno di vita e certezza di morte.

 


Irriverente, caustico e dissacrante come ci ha abituati in questo decennio di film, Yorgos Lanthimos torna a elucubrare su dimensioni e soluzioni di vita che superano di molto il vivere comune, esplorano funzionalità libere che poi mutano e si moltiplicano in altre e peggiori gabbie umane. Attraverso tre capitoli simbolici (la morte, il volo, il sandwich) di manifestazioni e disfunzioni umane ed emozionali simili ma diverse, attraenti e respingenti, il regista greco sonda e analizza gli stati umani al loro estremo, tracciando un ideale filo logico e narrativo che corre costante tra vita e morte, controllo e abuso, conforto e sacrificio (uno dei temi cardine del suo cinema). Quella sorta di opinabili “gentilezze” che nascondono sempre risvolti ben più cupi, oscuri, infettanti. Quelle di Lanthimos sono dunque gentilezze perverse, che sconfinano fluide nell’horror più macabro della perversione umana per portare poi alla luce esternazioni dis(umane) di manipolazione, ossessione e appagamento personale (mentale o sessuale) che passa attraverso mercificazione, uso e sopruso dell’altro.  Un dannato circolo vizioso che solo un più alto e superiore Deus ex machina può, sarcasticamente, spezzare. Un grande calderone fisico e psichico non autoconclusivo ma a suo modo celebrativo della creatura umana, e supportato da un super cast che aggiunge peso al film anche in quegli snodi in cui la narrazione si fa troppo esile e, di fatto, frammentaria. Drammatiche e conturbanti, alla fine sono sempre e in fondo le (sue) manifeste povere creature. Un film a suo modo interessante, che non raccoglierà i consensi di tutti, ma che saprà comunque farsi apprezzare.