“Cime tempestose” Recensione: Il delirio amoroso nella trasposizione “sexual-pop” di Emerald Fennell

CIME TEMPESTOSE
Aggiungici come sito preferito su Google

Arriva nelle sale in tempo per San Valentino, con Warner Bros. Pictures, la nuova trasposizione della cupa, controversa e passionale storia d’amore di “Cime tempestose” (Wuthering Heights del 1847), film liberamente ispirato al capolavoro della letteratura vittoriana della scrittrice britannica Emily Brontë. Opera già trasposta per il cinema in varie versioni, tra cui due riduzioni celebri come quella del 1939, diretta da William Wyler, con Laurence Olivier e Merle Oberon, e quella del 1992 di Peter Kosminsky con Juliette Binoche e Ralph Fiennes. Un testo complesso e denso, imbevuto del tentativo d’emancipazione intellettuale e sociale di una femminilità ancora fortemente stretta tra dogmi sociali e dipendenza dal mondo maschile. Ambientata nelle desolate brughiere delle Yorkshire e nell’arretratezza culturale del 1800, questa nuova versione firmata dalla regista Emerald Fennell promette di essere una rilettura moderna e spiccatamente audace di un amore oscuro tra la sfortunata ereditiera Catherine Earnshaw (una maestosa Margot Robbie) e l’orfano Heathcliff (un imponente Jacob Elordi), guidato da istinti primordiali e derive diaboliche. Una versione pop e visivamente audace con due protagonisti che dominano la scena, e che incontrerà i favori del pubblico meno legato agli assiomi del romanzo originale.

Corso Localizzazione Videoludica
Le cime ci sono, le tempeste attese… un po’ meno.

“Cime tempestose” tra virgolette: Tempeste moderne

Si preannuncia con un virgolettato nel titolo che tiene a precisare “alcune” divergenze dal celebre capolavoro letterario di Emily Brontë. E fa bene, perché la storia cupa, a tratti demoniaca, di un amore controverso e viscerale assume nel film della brava Emerald Fennell (sono suoi anche gli acclamati Una donna promettente del 2020 e Saltburn del 2023) connotati decisamente post-moderni. Poggiato sulla fisicità prorompente dei due protagonisti interpretati da Margot Robbie e Jacob Elordi (funzionano benissimo anche la Cathy e l’Heathcliff bambino), “Cime tempestose” cavalca l’esuberanza della messa in scena, la cura maniacale delle scenografie e dei cromatismi (al loro apice nella geometria e nello sfarzo dichiarato di casa Linton), e la bellezza cupa e suggestiva, sempre immersa in una nebbia non solo reale ma anche mentale, che è musa ispiratrice del romanzo della Brontë. La storia di Catherine, una capricciosa ereditiera finita in disgrazia a causa di un padre dissennato (l’ottimo Martin Clunes), legata in età infantile al povero orfanello Heathcliff, preso in custodia proprio dal padre di lei, diventa potente racconto universale a definire i tratti di un rapporto visceralmente profondo da un lato, ma pienamente insano dall’altro. Un’affinità elettiva che trova equilibri solo quando rievoca quel legame bambino sincero e puro, e che diventa invece deriva diabolica quando cresce nelle maturità e velleità dello stato adulto, spezzando il legame di due protagonisti avvolti in un vincolo d’amore fatale.

Dunque una storia ambientata in un’area desolata e all’ombra di un inverno sociale che parla di arretratezza e di una condizione della donna (ma non solo) miserabile, il cui senso di affrancamento passa sempre esclusivamente da un buon partito da assicurarsi. E quella che Cime tempestose porta in scena è infatti una sorta di maledizione, sacrificio ultimo che il fato destina a un archetipo sociale così platealmente oscurantista. Una vicenda che si consuma nella negazione di un amore totalizzante e che poi si traduce nel progressivo logorio della vita dei due protagonisti che lo incarnano. Il carattere irascibile di Cathy e quello spigoloso di Heathcliff, capaci di trovare la quiete (nella tempesta) solo nel loro conoscersi (da sempre) e nel loro amarsi (istintivamente) andranno infatti alla deriva quando il potenziale d’amore verrà infranto. Un delirio danzante su uno sfondo dai tratti ancora più oscuri, tra cui il profilo di un padre oscurantista che è matrice e complice di emotività così volubili, e una governante (Nelly) che è villain femminile plasmato nel contrasto e nel conflitto con l’esuberante Cathy.

Un film in grado di spiazzare… molto spesso.

Filologicamente lontani dai turbamenti della Brontë

E di questa storia sentimentale dal tratto gotico, la Fennell lavora allontanandosi di molte miglia dal testo della Brontë per avvolgere invece il nucleo narrativo della storia d’amore con la sua precipua cifra stilistica, riuscendo nell’impresa di restituire bene contrasti e sfumature, afflati passionali e contorsioni vendicative. E la portata del film risiede infatti tutta nel lavoro meticoloso fatto su sfondi e paesaggi che mirano a ridefinire amore, sessualità e ostilità in un contesto che prende spunto da quel periodo storico ma che poi si universalizza con una fattura ben più moderna. Ma è il carattere di pathos del film costruito su appeal e chimica dei due protagonisti, e innaffiato di tanti riferimenti sessuali con scene d’ispirazione vagamente Harmony ad accompagnare la storia lungo il suo lato più pruriginoso. Elementi messi in campo volutamente e al fine di vincere la scommessa con il target di riferimento.

Margot Robbie, bellezza divina declinata in ogni outfit più dimesso o barocco, dismette i panni dell’iconica Barbie per entrare nei corpetti stretti e nelle gonne sfarzose di Catherine Earnshaw, transitando da un archetipo di donna all’altro e abbracciando con la stessa convinzione un simbolismo femminile che qui muta in strenua opposizione di genere. Accanto a lei, il prestante Jacob Elordi, reso vero e proprio Adone mefistofelico nella seconda parte del film. Una coppia dall’alchimia forte che si cala senza riserve nei panni di due cuori resi vivi dalla deriva malvagia di una pericolosa affinità elettiva. Ed è nei contrasti, nello schivarsi e poi cercarsi ossessivamente che prede corpo il voluttuoso sadismo del testo di Brontë, qui ripulito del suo substrato più intellettuale per far fronte invece a una dinamica emotiva più diretta, marcata, visivamente accattivante. Ed è infine in questo amore ostacolato dal tempo, dalle aspettative sociali e dall’egoismo di un arrivismo umano senza età che si consuma il cuore nero di una storia tanto potente da risultare avvincente ancora oggi. Pur nelle evidenti libertà, e semplificazioni, che il film si prende per il suo fine ultimo di una trasposizione moderna e di un appeal contemporaneo.


Nelle sale per San Valentino, con Warner Bros., arriva l’ultima trasposizione di “Cime tempestose”, celebre e unico romanzo di Emily Brontë, per la regia dell’acclamata Emerald Fennell (già autrice di titoli largamente apprezzati come Una donna promettente e Saltburn). Trasposizione audace, esteticamente viva e totalmente poggiata sull’estetica prorompente dei due protagonisti Margot Robbie (Cathy) e Jacob Leordi (Heathcliff), questo nuovo Cime tempestose ha il fascino moderno e spudorato dei nostri tempi. Capace di animarsi sulla superficie viva della storia, sacrificando però in sostanza quelle che erano le intenzioni, ma anche le elucubrazioni più intime e recondite immaginate dalla giovane e travolgente creatività della penna brillante di Emily Brontë.


 

Corso Giornalismo Videoludico