Pluribus Recensione: che rumore fa la felicità nel mondo di Breaking Bad?

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Fan di Breaking Bad e Better Call Saul (e non solo) a rapporto. Siamo ad Albuquerque, di nuovo. Ma non per parlare di metanfetamina, strani rapporti con il cartello messicano o presunti avvocati, “persone che conoscono altre persone” e così via. Ma un punto di contatto con questo mondo che conoscevamo c’è, ed è fondamentale. “Diciamo il suo nome” (semi citazione): Vince Gilligan. E come potrete capire è un nodo fondamentale tra la lore delle due serie sopracitate, di cui ricordiamo la seconda essere uno degli spin-off della prima, e la serie di cui vi parliamo in questa recensione. Si tratta di Pluribus, nuova serie uscita su Apple TV+ lo scorso novembre, e composta da 9 episodi con uscita settimanale. Serie tv fantascientifica, questa vede protagonista Rhea Seehorn, una vecchia conoscenza per Gilligan che l’aveva già scelta come Kim Wexler in Better Call Saul, e che promette di condurci in un mondo dove il fil rouge della storia è legato (anche) con la cultura americana stessa. Il nome della serie infatti vorrebbe riflettere sia l’idea di unione (“many into one”), che la profonda ambiguità di questa trasformazione: un mondo in cui tutti sono felici sembra un’utopia, e a quale costo la si potrebbe comunque realizzare? Lo scopriamo approfondendo questo e altri temi nel corso della nostra recensione!

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Carol Sturk sta per scoprire un mondo decisamente sconvolto nei 9 episodi di Pluribus

Pluribus: il prezzo della salvezza dalla corruzione dell’anima

Ambientata appunto ad Albuquerque, la serie Pluribus segue Carol Sturka, una tra le poche persone immuni a un virus che ha creato una mente alveare globale pacifica, mentre cerca di salvare l’umanità dalla felicità forzata. Ebbene sì, a sei anni dalla pandemia globale di Covid-19 torna l’idea di un virus ampiamente diffuso, i cui effetti riprendono per certi aspetti l’idea di rete e di unione massiva e amplificata proposta nel mondo videoludico di Hideo Kojima nel suo Death Stranding (di cui vi ricordiamo a questo link la nostra recensione del secondo capitolo). Tornando alla nostra protagonista, Carol è una scrittrice di romanzi rosa, e una sera si ritrova a dover fare i conti con un mondo completamente trasformato: la quasi totalità dell’umanità è stata colpita da un virus alieno, che non uccide di per sé, ma provoca convulsioni e altera la coscienza delle persone, affinché tutti diventino parte di una mente collettiva pacifica, contenta e interconnessa, chiamata “gli Others”.

Carol, però, è una delle pochissime persone a risultare immune a questo fenomeno, oltre che essere l’unica a rifiutarsi di unirsi a questa nuova entità globale. Determinata a capire cosa sia successo e, se possibile, a invertire la cosiddetta “Joining”, il percorso di identificazione con la massa facente parte di questa mente collettiva, Carol intraprende un cammino difficile e solitario in un mondo totalmente nuovo, dove è evidente che la pace e la felicità tanto declamate non sono altro appunto che un’alterazione, e dunque una finzione quasi corrosiva della propria umanità. Presto Carol inoltre si accorge che il mondo è stato colpito da uno strano virus creato in laboratorio (che dopotutto ci fa quasi venire nostalgia di tutt’altro laboratorio, quello di Walter White e Jesse Pinkman), il quale sfrutta impulsi provenienti da seicento anni di distanza. E Carol è proprio una delle tredici persone immuni, ma a quale prezzo? Cosa comporta non farsi infettare da un virus così assurdo, e vivere in un mondo altrettanto corrotto?

Il virus crea una mente globale, dividendo gli immuni dagli “Others”, gli Altri

Chi siamo noi? La scomparsa dell’individualità

In Pluribus, Vince Gilligan (ri)porta sullo schermo quanto appreso sia in cinque stagioni di Breaking Bad, soprattutto a livello di esplorazione del contrasto tra coloro che perdono la propria umanità e chi invece riesce a preservarla, oltre a ribadire un affetto ormai smisurato per la location di Albuquerque, anche se avremmo preferito vedere queste vicende ambientate altrove. Chiedersi se ci sia un nesso effettivo con queste vicende e quelle viste in precedenza non sarebbe una domanda così stupida, per quanto sembra non ce ne siano, nonostante parecchi temi trattati nella narrazione siano evidentemente ripresi dai lavori precedenti dell’autore e dall’esperienza maturata anche come sceneggiatore di alcuni episodi di X-Files. La storia infatti si costruisce in equilibrio tra introspezione psicologica, tensione filosofica e difficili rapporti sociali, facendo riflettere lo spettatore su cosa significhi davvero essere “umani” quando l’individualità sembra superflua, e mettendo di conseguenza in discussione la realtà sociale in cui siamo immersi oggi.

Come avevamo anticipato, lo stesso titolo Pluribus è insieme un gioco di parole e un’idea filosofica: mentre l’umanità si fonde in un’unica coscienza collettiva, la storia riflette sull’idea di cosa significa perdere l’individualità in favore di un “noi” universale. Il titolo rimanda quindi alla tensione centrale della narrazione, riprendendo uno dei motti più diffusi negli States, “e pluribus unum” (“da molti, uno”, letteralmente), che sancisce l’unione delle colonie d’oltremare come soggetto distinto rispetto alla madrepatria britannica, mentre qui pluribus (“molti”) sta a indicare le singole identità individuali, e unum (implicito), è la mente collettiva, “Others”. Il titolo della serie, inoltre, viene spesso stilizzato come PLUR1BUS, con il numero “1” al posto della “I”, enfatizzando il passaggio dal molteplice all’unitario, o perfino la fusione numerica delle identità; una scelta che ricorda la stessa grafica usata per il titolo originale della serie tv Tredici, TH1RTEEN R3ASONS WHY, ma che portava sullo schermo una narrazione totalmente diversa e lontana da quella di Pluribus.

La “pluralità” etnica viene sicuramente mantenuta in diversi momenti dello show

Tra eletti e apocalissi

Cosa racconta oggi Pluribus, per quanto sia un progetto che ha cominciato a vedere la luce dieci anni fa? La lettura è prettamente politica e apocalittica, con qualche rimando alla religione. Partendo proprio dal numero degli eletti, tredici, che non è casuale. E anche il termine “persona” è da considerare nella sua etimologia, con il contrasto tra Carol, che è rimasta sé stessa, con pregi e difetti, mentre il resto dell’umanità si è coagulato in un “noi” indistinto, che tutto sa e tutto accetta. Le identità individuali sono state ridotte a simulacri, “amabili resti” dall’atteggiamento sempre falsamente gentile e che tenta a ogni piè sospinto di attirare Carol in questa “rasserenante” armonia. Qualcuno può spezzare questa assurda pace? Gli “Others” non tollerano scene d’ira o altre emotività negative, e quando Carol alza la voce sopra un livello non consentito, ripartono le convulsioni a livello globale, con migliaia di vittime collaterali. Vittime delle quali viene comunque conservata la memoria in questa mente globale, compresa quella della compagna di Carol.

Ed è proprio attraverso la rielaborazione dei ricordi della defunta Helen, agente e compagna defunta della protagonista, che il “noi” sa quello che serve sapere circa Carol, per cercare di attirarla nella “tana del diavolo”. A rendere evidente invece la dimensione politica di Pluribus provvede già il titolo, come detto poc’anzi, e sin dalle prime battute Gilligan mette in questione i meccanismi del consenso, che qui oltrepassano la legittimità per arrivare a ledere il diritto al dissenso. Qui si introduce l’elemento apocalittico, con il richiamo alla finta pacificazione introdotta dall’Anticristo, snodo cruciale già analizzato da Robert Hugh Benson, autore de Il padrone del mondo (1907), fino ad arrivare al grottesco, con la sopravvivenza degli Altri derivante in parte da una sostanza chiamata HDP (Human Derived Protein), ossia proteine ricavate da corpi umani morti in modo naturale. E Carol scopre questo in un video con protagonista nientemeno che John Cena, ma di cui non vi condivideremo ulteriori spoiler.

La memoria di Helen contribuirà alle complicazioni di Carol

Pluribus, analisi della contemporanea (dis)umanità

Tutti questi spunti di riflessione sono stati condensati da una serie tv, che mai come ora rappresenta un più che contemporaneo segno dei tempi, da soppesare e interpretare attraverso la lente di Vince Gilligan, ormai da quasi vent’anni autore capace di metterci di fronte alla corruzione dell’anima e alla perdita (più o meno) cosciente della propria umanità. Tornano in Pluribus temi come il contrasto definitivo tra individualità e collettività, dove la serie esplora se la felicità collettiva possa giustificare la perdita della singolarità individuale. Un quesito morale, sociale e psicologico al tempo stesso: una società completamente armoniosa è veramente “migliore”? E cosa succede all’empatia genuina quando non esiste conflitto? Si arriva dunque alla “felicità artificiale”, che non dista troppo dall’altrettanta “intelligenza artificiale” come concetto, dove appunto nulla è vero, e i personaggi trasformati non “recitano” una felicità di per sé, in quanto credono di essere realmente felici. Una felicità apparentemente autentica, ma ultimamente illusoria e imposta da una forza esterna.

Non da ultimo si arriva alla solitudine umana, in quanto Carol è isolata non solo fisicamente, ma soprattutto emotivamente e concettualmente. La sua lotta è spesso solitaria, perché rappresenta le contraddizioni dell’essere umano in quanto tale e ancora capace di autonomia di pensiero e di emozioni: rabbia, dolore, nostalgia e resistenza entrano a gamba tesa nella narrazione, anche quando il mondo sembra perfetto, ma la sofferenza e la problematizzazione esistono ancora. Un ultimo sguardo lo dedichiamo alla regia e al design visivo, con scelte deliberatamente volute in determinati modi, tra cromie sobrie, che enfatizzano la monotonia apparentemente idilliaca del mondo trasformato, inquadrature che isolano il personaggio nello spazio, o che creano un contrasto tra Carol e la moltitudine, sottolineando il conflitto interiore. Elementi che ci coinvolgono e ci inducono a una contemplazione lenta e intensa della condizione umana, ormai in avaria, evocando una sensazione di “quiete inquietante” che ci accompagna per tutta la serie.


Pluribus è una serie che non si limita a raccontare una storia in nove episodi, ma invita a interrogarsi su cosa significhi essere umani in un mondo in cui l’individualità è stata messa in discussione. Del resto, non poteva che essere questo il risultato di Vince Gilligan come autore, personalità che da quasi vent’anni ci mette di fronte alla molteplicità, spesso avariata, del genere umano, dei suoi umori e della sua moralità spesso discutibile. La serie racconta tanto una storia sulla collettività umana, quanto si pone come un esame di coscienza individuale, e per questo è destinata a restare nella conversazione culturale molto tempo dopo la fine delle stagioni, dimostrando ancora una volta la qualità delle produzioni seriali di Apple TV+, per quanto rischino di rimanere di nicchia, ma pur sempre piccoli gioielli che meriterebbero più visibilità.


 

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