Lovish Recensione: una lettera d’amore (tossico) al videogioco puro

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Esistono autori capaci di trasformare la nostalgia in una forma d’arte, evitando la trappola del mero citazionismo, per costruire mondi che sembrano affiorati da una capsula del tempo sepolta negli anni ’80. Matt Kap e il team di LABS Works appartengono proprio a questa rara genia di artigiani digitali: dopo aver incantato la scena indie con l’intricato level design di Astalon: Tears of the Earth e reso il dovuto omaggio all’epoca d’oro dei platform a 8-bit con Castle in the Darkness, lo studio ha deciso di intraprendere un percorso in apparenza più frammentato ma profondamente più audace. La genesi di Lovish affonda le radici in quella filosofia propria dei titoli arcade che privilegia la reattività dei comandi e l’immediatezza delle sfide, distillando l’esperienza di decenni di sviluppo in una struttura a micro-livelli. Nato sotto l’egida di DANGEN Entertainment, il progetto ha beneficiato di una visione editoriale che punta a valorizzare il talento indipendente con una sensibilità squisitamente giapponese, pur parlando un linguaggio universale.

Corso Localizzazione Videoludica

L’ultimo sforzo di Kap potrebbe pertanto sembrare l’ennesimo platform che fa leva sui ricordi dei giocatori veterani, ma cela in realtà il frutto di una coscienza creativa che ha permesso agli sviluppatori di scherzare con i propri stilemi, decostruendo il mito dell’eroe senza macchia per regalarci Sir Solomon. Questo bizzarro protagonista, mosso da un sentimento tanto puro quanto egoistico, ossia il desiderio di salvare per conto proprio la principessa Tsuna solo per evitare che si innamori dei suoi compagni d’armi, è lo specchio di una produzione che sa esattamente quando prendersi sul serio e quando esplodere in una risata fragorosa, incanalando a tal proposito l’estetica dei vecchi manuali d’istruzioni illustrati e la follia dei cartoni animati del pomeriggio in un’opera che, pur essendo nata in un contesto moderno, pulsa dell’energia degli arcade che animavano i migliori cabinati, in perfetta continuità spirituale con i loro lavori precedenti.

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Nemici e gravità sono gli ostacoli principali che si frappongono tra Sir Solomon e l’uscita dei livelli

Lovish: l’officina dei sogni a 8-bit

La natura essenziale di Lovish risiede in una ciclicità ludica che deve tanto a Super Meat Boy quanto a classici meno celebrati ma fondamentali come 1001 Spikes. La premessa di fondo è quasi brutale nella sua semplicità: Sir Solomon deve attraversare una serie di oltre 50 stanze (che arrivano a 70 esplorando i segreti più reconditi e le Crown Door) dove il margine d’errore è virtualmente nullo. Il concetto di singolo colpo è il cardine intorno a cui ruota l’intera tensione dell’avventura: un solo tocco, una spina sfiorata o un proiettile vagante significano morte senza appello. Tuttavia, il gioco bilancia sapientemente questa fragilità con una riserva generosa di 200 cuori iniziali, e così il gameplay si trasforma in una gestione oculata del fallimento: ogni morte non è una punizione definitiva, ma una statistica necessaria per la padronanza del livello, una lezione che apprendiamo a nostre spese con una velocità di rientro in gioco fulminea.

Il ciclo non si limita però al superamento della singola schermata statica, poiché Lovish introduce un pizzico di imprevedibilità grazie alle centinaia di eventi casuali che si innescano al termine di ciascun livello. Sono intermezzi che spaziano da mini-giochi in stile Vampire Survivors a incontri surreali con figure metatestuali che discutono di NFT o criticano le scelte compiute, e servono a spezzare il nervosismo indotto dal platforming di precisione. Alcune di queste scenette elargiscono bonus preziosi, come monete extra o vite aggiuntive concesse da fate distratte, mentre altre possono essere nocive, privando il cavaliere di parte della sua salute. È un design che premia la perseveranza e l’adattabilità, dove il controllo del personaggio, benché necessiti di un minimo di adattamento a causa di un’inerzia nei salti piuttosto cospicua, permette infine di danzare tra le trappole con una grazia che solo la memoria muscolare affinata può regalare.

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Gli intermezzi possono proporre sfide che richiamano altre tipologie di giochi

Frequenze catodiche dal passato

Analizzare Lovish dal punto di vista concettuale significa immergersi in una stratificazione visiva che omaggia l’era NES senza restarne prigioniera, che richiama alla mente la pulizia cromatica di Bubble Bobble e la corposità di Castlevania. La scelta di offrire un’impostazione tra pixel morbidi, corredati da filtri CRT che simulano la curvatura dei vecchi schermi bombati, e nitidi denota una consapevolezza estetica non comune, così da permetterci di tarare a piacimento la nostra finestra sul tempo che fu. La collaborazione con Ryusuke Mita, che negli anni ’80 ha scritto e disegnato il parodistico Dragon Half, infonde nella caratterizzazione dei personaggi e degli intermezzi quell’umorismo slapstick tipico di allora, dove l’espressività esagerata dei volti diventa essa stessa parte della ricompensa meritata per aver raggiunto la successiva cutscene.

Per quanto a una prima occhiata possa sembrare banale e derivativa, la pixel art cela in realtà un notevole lavoro di cesello, grazie al quale ogni singolo sprite trasuda carattere e personalità, dalle animazioni di Sir Solomon che brandisce la spada con disperata determinazione alle bizzarre creature che popolano la fortezza del Signore dei Demoni. In egual misura, il comparto sonoro è un tripudio di chiptune: benché prive di quel guizzo che possa renderle indimenticabili, le composizioni rievocano con diligenza chirurgica le atmosfere dei primi Final Fantasy e Dragon Quest, utilizzando melodie eroiche e ritmi incalzanti per sostenerci anche nei momenti di massima frustrazione. Le tracce audio sembrano provenire direttamente da un chip sonoro dell’epoca, eppure vantano una pulizia e una complessità armonica moderna. È una sinergia audiovisiva che trasforma ogni piccola stanza in un diorama animato, uno scampolo di un passato alternativo dove le limitazioni tecniche si traducono in una scelta stilistica d’eccellenza.

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Gli attacchi e gli HP dei boss metteranno a dura prova riflessi e pazienza

Lovish: chi trova una corona, trova un tesoro

Se il platforming è il corpo di Lovish, i boss e i segreti ne sono l’anima nera e imprevedibile. Il design degli scontri con i guardiani di fine area rappresenta l’elemento più divisivo: qui, il dogma del colpo singolo si scontra con nemici dotati di una notevole quantità di punti vita, e tramuta le battaglie in una prova di stoicismo. In tali frangenti, il gioco rivela la sua natura più arcade, dove la fatalità può occasionalmente premiarci o castigarci con pattern d’attacco particolarmente complessi. Se non altro, la frustrazione viene mitigata dalla possibilità di sbloccare il supporto di Mort, un tristo mietitore che può aiutare Solomon durante i combattimenti più ostici, dunque il gioco offre sempre una via d’uscita creativa alle sfide più impervie, a patto di aver esplorato a sufficienza.

Ed è proprio nell’esplorazione e nella rigiocabilità che Lovish brilla davvero, svelando un fitto labirinto di obiettivi secondari. Il sistema di collezionabili, basato su oltre 250 Corone, aggiunge una profondità insospettabile: le Peace Crown richiedono di completare i livelli senza uccidere alcun nemico, mentre le Secret Crown sono celate dietro muri illusori o azioni controintuitive. I negozi gestiti dalle sorelle Purin e Sara non offrono solo potenziamenti estetici, ma variano radicalmente l’approccio al gioco: l’acquisizione di un fendente verso l’alto, del sempreverde attacco pogo o del fulmine magico ricalibrano livelli precedentemente impossibili in parchi giochi per speedrunner. Una simile pletora di segreti, che include persino un intero dungeon tributo a The Legend of Zelda, premia chi decide di scavare sotto la superficie e così, al netto di qualche ripetizione di troppo, una produzione a prima vista stringata acquista un sorprendente spessore.

Verso la fine dell’avventura le schermate si complicano, senza tuttavia mai risultare eccessivamente articolate

Un’altra stanza e poi smetto

Tirando le somme, Lovish emerge come una delle produzioni indie più coraggiose e rifinite della sua categoria, capace di bilanciare un’anima punitiva con un cuore incredibilmente generoso. Il suo pregio più grande non è la difficoltà intrinseca, né la bellezza cristallina della sua pixel art, ma la capacità di rispettare il tempo investito stuzzicandoci costantemente con nuove idee e situazioni assurde. LABS Works ha voluto celebrare l’errore come parte integrante del processo di apprendimento, avvolgendolo in un’atmosfera di ironia e calore umano che rende la sconfitta meno amara. La ricchezza di contenuti racchiusi al suo interno lo rende un titolo essenziale per chiunque cerchi un’esperienza autentica, libera dalle sovrastrutture del gaming moderno e carica di quell’individualità che sembra sempre più difficile da trovare.

Matt Kap ha scelto insomma la strada dell’anarchia creativa: il suo nuovo gioco è volutamente fuori di testa, e non ha paura di prenderci in giro rompendo la quarta parete o di spiazzarci proprio quando pensavamo di averne intuito il ritmo con un evento assurdo o un dettaglio inaspettato. Lovish è la prova che l’amore per il medium videoludico si vede dalla precisione con cui è stato piazzato ogni singolo pixel. È quel tipo di gioco che, nonostante l’ennesima morte stupida, ci lascia addosso una strana euforia e la voglia irrefrenabile di riprovarci ancora una volta, anche se fuori è già l’alba.


Lovish è un geniale concentrato di design e una delle interpretazioni più intelligenti del platforming moderno in chiave nostalgica. La struttura a micro-livelli, sorretta da un comparto tecnico che sprizza amore per l’epoca 8-bit e dal suo umorismo surreale, cattura l’attenzione dal primo all’ultimo istante. Nonostante alcuni picchi di frustrazione legati alla natura dei boss e a una componente randomica che potrebbe far storcere il naso ai puristi della precisione assoluta, il lavoro di LABS Works brilla per personalità e inventiva: la densità di segreti, le sfide correlate e i numerosi tributi alle pietre miliari del passato elevano la produzione ben oltre la sua apparente semplicità. Acquisto decisamente obbligato per chiunque cerchi un’avventura capace di stimolare i riflessi e il sorriso, confermandosi come una delle gemme più brillanti nel panorama indie contemporaneo.


Corso Giornalismo Videoludico
Gioca da quando ha messo per la prima volta gli occhi sul suo Commodore 64 e da allora fa poco altro, nonostante porti avanti un lavoro di facciata per procurarsi il cibo. Per lui i giochi si dividono in due grandi categorie: belli e brutti. Prima che iniziasse a sfogliare le riviste del settore erano tutti belli, in realtà, poi gli è stato insegnato che non poteva divertirsi anche con certe ciofeche invereconde. A quel punto, ha smesso di leggere.