L’inquietante normativa sulla privacy di Oculus

Quali sono gli incubi che più perseguitano il popolo di noi virtualisti? Beh, abbiamo il motion sickness, che suscita nausea anche solo a pronunciarlo per quanto se ne è parlato e se ne parla tutt’ora, i costi ancora molto elevati dei visori, che li rende proibitivi per molti di noi, i requisiti hardware piuttosto severi, che non contribuiscono alla causa, poi ci sono le questione più prettamente filosofiche e sociali, quale il terrore da cui sono afflitti coloro che ritengono che questa tecnologia possa portare all’identificazione inscindibile tra le due realtà, quella materiale e quella virtuale, accusandola di spingere all’isolamento, di generare disturbi sociali e che potrebbe addirittura arrivare, per alcuni, al quasi totale abbandono della vita reale. Possiamo affrontare l’argomento in qualsiasi modo, ma nulla potrà cambiare il fatto che questo discorso è già stato fatto, a suo tempo, con radio, televisione, cellulari, videogiochi… C’è un altro problema però, un pò più subdolo, silente, che, per ironica definizione, preferisce non si parli di lui: la privacy. Con l’avvento degli smartphone e il sempre più invadente uso della rete internet, che ormai connette praticamente qualsiasi apparecchio, senza che nessuno di noi però abbia chiaro in mente perchè si connette, con chi e cosa combinano precisamente, il concetto della privacy è diventato sempre più languido e labile, molti sono i sotterfugi adottati dalle aziende per carpire il maggior numero possibile di informazioni dai suoi utenti. Diciamo che, se questi strumenti fossero utilizzati in modo più moderato, potrebbero anche andarci bene. Se, ad esempio, viene diffusa alle aziende quale sia il mio colore preferito così da potermi offrire un prodotto di quel colore, io ci posso anche stare, tutto sommato non è un’informazioni così sensibile e anzi, potrebbe anche rivelarsi positivo per me. Ma quando questo grande fratello arriva persino a indicare la nostra posizione in qualsiasi momento della giornata, con quali persone abbiamo interagito o addirittura poter accedere alla cronologia delle nostre conversazioni private… Beh, forse questo è un pò troppo, e per molti potrebbe essere difficile credere che queste informazioni siano tenute così tanto segrete. Il mercato vuole questi dati, ed è facilmente comprensibile perchè: più conosci il tuo compratore, più facile sarà realizzare qualcosa che lui vuole acquistare. Un esempio sono gli ads pubblicitari che ci assillano costantemente mentre navighiamo internet. Forse non tutti lo sanno, ma quelle pubblicità non ci arrivano per caso: vengono scelte da un sistema automatico che analizza, in un certo senso, i nostri gusti personali e ci mostra gli ads che ritiene più adatti a noi. Facebook è probabilmente lo strumento più potente che esista per accedere a tutta queste serie di dati personali, e solo grazie a questo commercio delle informazioni, genera 5.6 miliardi di dollari all’anno. Visto che non stiamo parlando dei centesimuzzi che ogni tanto ci ritroviamo in tasca, non ci dovrebbe sorprendere il fatto che Zuckerberg abbia affermato che il futuro dei social è nella realtà virtuale: essa rappresenta un nuovo modo per espandere il mercato delle informazioni.

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Come tutti ben sappiamo, Oculus VR è, a tutti gli effetti, una proprietà di Facebook, che è quindi libera di accedere a tutte le informazioni che vengono raccolte dall’Oculus Rift, come affermato dalla normativa sulla privacy.

Infatti, di recente, sembra che sia uscito fuori un fatto un pò sospetto: quando installiamo l’applicazione di Facebook sull’Oculus Rift, essa genera un processo con accesso libero a tutto il sistema chiamato OVRServer_x64.exe, che rimanere perennemente attivo e, regolarmente, invia aggiornamenti direttamente ai server Facebook. Lo scopo principale di questo processo è quello di aiutare il Rift a capire quando viene acceso ed indossato così da poter avviare Oculus Home, ma, approfondendo la questione, sono sorti nuovi motivi per sospettare. Avete presente quel wall of text gigantesco sulle normative della privacy, che nessuno ha mai voglia di leggere, dove alla fine c’è quel bel pulsantone “Accetta” che noi premiamo con grande senso di sollievo? Spulciando quello che il Rift ci richiede di accettare, è stato trovato questo:

Informazioni raccolte automaticamente durante l’utilizzo dei nostri Servizi. Raccogliamo anche automaticamente le informazioni quando usi i nostri Servizi. In base al modo in cui accedi ai nostri Servizi o li utilizzi, potremmo raccogliere le seguenti informazioni:

  • Informazioni sulle tue interazioni con i nostri Servizi, ad esempio informazioni sui giochi, sui contenuti, sulle applicazioni o su altri elementi con cui interagisci, e informazioni raccolte su o tramite cookie, strumenti di memorizzazione locale, pixel e tecnologie simili (ulteriori informazioni su queste tecnologie sono disponibili all’indirizzo https://www.oculus.com/it/cookies-pixels-and-other-technologies/)
  • Informazioni su come accedi ai nostri Servizi, comprese informazioni sul tipo di dispositivo che usi (come un visore, un computer o un dispositivo mobile), sul tuo browser o sistema operativo, sul tuo indirizzo IP e su determinati identificativi del dispositivo che potrebbero essere unici sul tuo dispositivo
  • Informazioni su giochi, contenuti o altre applicazioni installati sul tuo dispositivo o forniti tramite i nostri Servizi, inclusi quelli di terzi.
  • Informazioni sulla posizione, che possono essere ricavate da informazioni come l’indirizzo IP del tuo dispositivo. Se usi un dispositivo mobile, potremmo raccogliere informazioni sulla posizione esatta del dispositivo, ricavata da fonti come il segnale GPS del dispositivo, e informazioni sulle reti Wi-Fi e sulle stazioni radio nelle vicinanze
  • Informazioni sui tuoi movimenti fisici e sulle misure quando usi un visore per la realtà virtuale

Ma l’aspetto più inquietante di tutti è che, nello stesso documento, viene affermato più volte che queste informazioni potrebbero essere condivise con terze parti. Segue:

  • Anche terze parti potrebbero raccogliere informazioni che ti riguardano tramite i Servizi.
  • Condivisione all’interno delle aziende correlate. Potremmo condividere le informazioni all’interno del gruppo di aziende correlate che legalmente fanno parte dello stesso gruppo di aziende di cui fa parte Oculus o che entrano a far parte del gruppo in questione, ad esempio Facebook. Per un elenco delle aziende correlate, visita https://www.oculus.com/it/related-companies/.
  • Fornitori di servizi. Potremmo condividere le informazioni che raccogliamo con fornitori, fornitori di servizi, ricercatori e altri partner che collaborano, su nostra richiesta, ad attività correlate ai Servizi (ad esempio ospitano i nostri Servizi, soddisfano gli ordini, agevolano i pagamenti, analizzano il modo in cui le persone utilizzano i nostri Servizi, elaborano i pagamenti effettuati con carte di credito, forniscono assistenza ai clienti o inviano comunicazioni e-mail per noi).
  • Altre parti legate a determinate transazioni commerciali. Qualora la proprietà di Oculus (o parte delle nostre risorse) dovesse cambiare a seguito di una fusione o un’acquisizione o in caso di fallimento, le informazioni riguardanti te o il tuo dispositivo potrebbero essere trasferite a un’altra azienda.
  • Autorizzazioni. Potremmo condividere informazioni su di te per qualsiasi scopo per cui ci fornisci l’autorizzazione.

Sul sito è inoltre disponibile una lista, un pò vaga in realtà, delle aziende a cui la normativa fanno riferimento. La realtà virtuale offre possibilità per intrattenimento, cultura e ricerca che non hanno mai visto eguali, ma queste stesse opportunità sono offerte anche al mercato dei dati personali. Nel peggiore dei casi, queste informazioni potrebbero persino essere per quanto tempo hai fissato un oggetto all’interno del gioco, magari un cellulare dentro la vetrina di un negozio, e questo dettaglio viene raccolta e inviata a chi lo ritiene utile. Se vi ricordate, questa faccenda risulta un copia-incolla dello scandalo Xbox One quando fu annunciato che la console necessitasse di una connessione ad internet costante per poter funzionare. Bisogna ammettere che la situazione è abbastanza preoccupante e non è neanche molto distante da quelle agghiaccianti visioni distopiche di Orwell: is Big Brother really watching you?