L’Editoriale di Metalmark – V mensile: Quel genere di discorso

Il nostro pezzo di copertina, da me immaginato e scritto, è certamente un divertente gioco. Sotto lo sguardo vigile di tre sacre icone della Games Industry, rigorosamente “super partes”, alcuni dei più grandi nomi a livello manageriale del nostro settore si scontrano ad eliminazione diretta per eleggere il campione assoluto, il miglior dirigente di tutti i tempi per quel mix di qualità che include competenza, fiuto per gli affari e carisma. Lo leggerete, penserete che la mia scelta è fuori dal mondo e che la vostra sarebbe stata migliore (ci sta; io lo avrei fatto, al posto vostro), poi tirerete oltre. Eppure, care amiche e cari amici con il videogioco nel cuore, questo mio e nostro speciale voleva anche lanciare un messaggio dannatamente serio. Anzi, due.
Per prima cosa, sottolineare che il fattore umano, in un’azienda, è sempre determinante, centrale. Imprescindibile. Non importa quanto la corporation sia grande e tentacolare, non importa quanti zeri compongano il suo fatturato o quante sedi possegga sparse per il globo… alla fine della fiera, ci sarà sempre qualche essere umano a prendere una decisione, a dire un “no”, a schiacciare un pulsante. E allora sulla punta di quel dito si concentrerà una matassa di fili magici, ciascuno dei quali rappresenta un interesse, il destino di qualcuno, una speranza, un timore, un punto di svolta per tanto, troppo tempo atteso. Il mio messaggio è che non ci si può mai nascondere dietro una burocrazia, o delle circostanze esterne, o magari facendosi scudo del caso fortuito o della forza maggiore. Perché un vero capo questo è, qualcuno che si prende sulle spalle la responsabilità, quale che sia il suo peso, pronto a dire che il merito o la colpa saranno i suoi, a prescindere da fattori, imprevisti o atti di intervento divino.
Hiroshi Yamauchi, uno dei tre “garanti” fuori concorso, ormai da lungo tempo trapassato, era esattamente questo: anni di sviluppo di un progetto, qualsiasi progetto, finivano con l’attraversare un lungo corridoio, arrivando nel suo ufficio, in sua presenza. Una sua parola, e tutto sarebbe stato bloccato, cancellato, azzerato. Persone di un’altra tempra. Yamauchi-sama, colui che, parlando del DS prima che fosse svelato al pubblico, dichiarò: “Il DS rappresenta un momento critico per il successo di Nintendo nei prossimi due anni. Se avrà fortuna, saliremo in paradiso; se fallirà, sprofonderemo all’inferno”. No, non tutti sono in grado di fare un’affermazione simile, e noi dobbiamo esserne consapevoli. Guardare oltre ai brand, oltre al marketing e attraverso le tecnologie per arrivare a fissare negli occhi le persone a capo delle aziende. Che li meritino, i nostri soldi.
Punto numero due: in cover voi vedete una donna, eppure i partecipanti a questa “royal rumble” dirigenziale sono quasi tutti uomini, e ho persino dovuto faticare per individuare almeno un paio di donne tra i sedici selezionati. Perché? Purtroppo, la risposta è banale. I top manager alla guida dei più grandi publisher di videogiochi sono quasi sempre stati uomini, tutti uomini, solo uomini. Un grande errore non della Games Industry, ma della Storia. Una mancanza della nostra società che grida vendetta e che nei decenni ha causato un gap di rappresentazione, di autonomia e di democraticità gravissimo. Chiamatelo “patriarcato” o come preferite, ma sta di fatto che la nostra cover vuole gridare che no, il capo non deve essere per forza un uomo, e che questo schema deve essere sovvertito, infranto, gettato dalla torre con fragore e clamore.
A chi dice che le quote rosa sono sciocche e illogiche, rispondo che sì, sulla carta è solo l’essere umano migliore a dover andare avanti, senza che si debba curare a quale genere appartenga, ma che ora siamo in una fase nella quale il paradigma va sovvertito, costringendo le aziende a colmare un gap che danneggia per prime loro stesse. Con le buone o con le cattive, questo avverrà. E su questo tema non ho finito. Ne riparleremo.

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