La Vita da Grandi Recensione: un sogno non deve morire

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La Vita da Grandi racconta di un sogno da parte di un uomo che la società considera bizzarro. Eppure, lui non vuole accettare etichette e sarà pronto a tutto per giungere dove vuole andare… dovesse metterci cento anni, arriverà anche il suo momento. Ovviamente, i suoi obbiettivi toccheranno anche coloro che lo circondano.

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La Vita da Grandi, locandina

Romagna mia, lontan da te non si può star…

Così cantava Secondo Casadei, celeberrimo cantante romagnolo e io, per ragioni personali, non posso che essere d’accordo. Potete dunque immaginare che emozione sia stata per me vedere un film ambientato in posti che conosco bene ma, al di là del mio coinvolgimento, penso che non si potesse scegliere una location migliore. La Romagna (la Regione Emilia-Romagna figura tra l’altro nella produzione) è infatti una terra molto adatta a raccontare storie di crescita per via di quell’aura vagamente magica fatta di spiagge, Mare Adriatico, colline, lunghe passeggiate. Non a caso, tra i più bei film italiani troviamo Amarcord (1973) di Federico Fellini, a sua volta basato sull’autobiografia concettuale del regista stesso che, attraverso immagini che non possono non scaldare il cuore, ci racconta la vita di un ragazzo nella Rimini degli Anni Trenta.

La pellicola in esame si svolge invece ai giorni nostri ma, in qualche modo, l’atmosfera è rimasta. Il film ci permette di conoscere la comunità dei protagonisti, fatta di persone variegate eppure ancora forti di quel cameratismo e di quella genuinità percepita da chiunque, come il sottoscritto, abbia avuto la fortuna di sentire il profumo di quella dolce terra. Tuttavia, non si scade nel perbenismo e ci vengono onestamente mostrati anche i lati meno piacevoli della regione che, del resto, sono quelli che si possono trovare ovunque: paura del nuovo, persone approfittatrici, empatia non sempre rivolta dalla parte giusta e così via. Un bellissimo affresco mai mendace.

Omar e Irene parlano sulla panchina di un Bagno

Una questione complessa

Se Unicorni di Michela Andreozzi, uscito lo stesso anno, parla di disforia di genere, La Vita da Grandi rivolge invece il suo sguardo alla neurodivergenza. Omar, il protagonista, è un uomo di quarant’anni alto, forte e autonomo sotto molti aspetti ma, al tempo stesso, affetto da autismo. Ciò lo porta ad assumere atteggiamenti estremamente schematici e, contemporaneamente, non facili da comprendere per chi non lo conosce: non si lava da solo, è impacciato nel relazionarsi agli altri, è logorroico e non accetta di buon grado novità o fallimenti. Eppure, egli è una sorta di angelo della spontaneità: non gli interessa il giudizio altrui, attacca bottone con chiunque senza vergogna e poco gli importa se la gente non crede in lui. Tra i temi del film c’è il dubbio se egli sia effettivamente puro o se, semplicemente, non si renda conto della sua particolarità: non che Greta Scarano e il suo team vogliano darci una risposta univoca, però ci forniscono degli strumenti di valutazione interessanti che ci consentono di non banalizzare la nostra analisi.

Accanto a Omar, abbiamo una protagonista femminile incarnata nel personaggio di Irene, sorella del giovanotto. Contrariamente a quest’ultimo, ella è la ragazza che tutti vorremmo essere: bellissima, indipendente, di successo. Eppure, lei è prigioniera di una serie di gabbie: fuga da una famiglia che ritiene troppo complicata, spaventata dall’idea di doversi un giorno occupare del fratello maggiore, impegnata in una relazione che la soddisfa a metà. Tornata a Rimini per ragioni domestiche, la giovane avrà inizialmente un rapporto difficile con Omar che però, ben presto, si trasformerà in un supporto reciproco.

Irene sulla banchina del treno per Rimini

La Vita da Grandi

Il titolo stesso del film non è casuale: sul piano più didascalico, nel senso che sono i personaggi stessi a dircelo, si riferisce alla richiesta che Omar fa a Irene. “Insegnami a diventare grande”: questo il desiderio dell’uomo, il quale rifiuta categoricamente di passare sotto l’ala della sorellina una volta che i genitori saranno scomparsi. Se inizialmente potremmo sorridere di questa pretesa tanto ingenua, non ci mettiamo molto a capire la posizione del quarantenne: anche lui, come chiunque di noi, non vuole essere di peso e, anzi, spera di esaudire i propri sogni come diventare un cantante di successo, sposarsi e avere dei figli. Chi di noi non cova o non ha covato ambizioni simili? La differenza sta nel fatto che i cosiddetti normali, pur magari non riuscendoci, hanno tutte le possibilità di ottemperare ai propri scopi: Omar, invece, deve fare i conti con le proprie specificità e con una società che, a causa di ciò che lei vede come malattia, tende a considerarlo un derelitto. Tuttavia, durante la narrazione viene fatto comprendere come il protagonista non sia l’unico a dover diventare grande: anche la sorella e coloro che lo circondano dovranno imparare a scavalcare le rispettive barriere mentali ed accettare che il giovanotto non sia un cagnolino da proteggere.

È bellissimo come la pellicola non esalti o condanni nessuno: le difficoltà di Omar non sono fatte passare per dono divino e vanno comunque affrontate con il giusto realismo, mentre la reticenza delle persone a lui vicine non viene dipinta come imbecillità o malvagità, bensì come il lodevole desiderio di proteggere l’amato congiunto dalle insidie di un mondo che potrebbe non accettarlo mai. Pure il tono della narrazione è basato sull’intelligente concetto del non sensazionalismo: in alcune sequenze si ride di gusto, ma non si ridicolizza mai la situazione; in altri si rimane commossi, eppure non c’è ricatto né spinta tragica: è la vita, né più né meno.

Attori da lodare

Greta Scarano, purtroppo per i suoi fans ma coerentemente con le sue dichiarazioni, ha scelto di non occupare posto davanti alla macchina da presa, limitandosi (si fa per dire) alla cabina di regia. Un scelta coraggiosa, senza alcun dubbio: ha fatto un ottimo lavoro, come già ho ribadito, e ci regala perlomeno un cameo nei titoli di coda in immagini di backstage (un contentino gradito). In un certo senso, la parabola di Omar è simile alla sua, in quanto anche lei ha dovuto stringere i denti prima di arrivare a dirigere un lungometraggio come sognava sin da ragazza. Irene ha il volto di Matilda De Angelis, la quale è stata superlativa: contrariamente a quanto si può pensare, il suo ruolo non era affatto semplice. La ragazza, infatti, non risulta sempre simpatica e, in alcuni momenti, ci troviamo sia a capirla che a detestarla: mano a mano che la storia procede, però, sarà impossibile non affezionarci a lei.
Omar, dal canto suo, è interpretato da Yuri Tuci, il quale si è rivelato una scoperta sotto molti aspetti: tanto per cominciare, ha dato una prova attoriale tutt’altro che scontata per un debuttante. Secondariamente, egli è neurodivergente esattamente come il suo personaggio. Non commettete però l’errore di credere che abbia semplicemente dovuto fare sé stesso, come si potrebbe ingenuamente concludere: l’artista è stato chiamato ad adattare la propria unicità a quella di una personalità che, seppur basata su di un individuo reale, di fatto non esiste e, pertanto, è stata cruciale la sua performance! Non è mai sopra le righe, non si copre mai di ridicolo e si vede che non ha imboccato la via dello stereotipo. Peraltro, diversi suoi colleghi nel film sono a loro volta in condizioni particolari e meritano lo stesso applauso.

Come comprimari troviamo anche un buon Paolo Hendel e una in parte Maria Amelia Monti nelle vesti di Walter e Piera, genitori della coppia di fratelli. Il solo personaggio che non mi ha fatto impazzire è Ugo, il cui viso è di Adriano Pantaleo: bravo l’attore, ma la scrittura mi è piaciuta poco in quanto lui mi sembrava proprio lo stereotipo che il film, sino a quel momento, aveva sempre aggirato. Egocentrico, burbero, incapace di accettare le difficoltà: poi, già ve lo anticipo, si redime ma anche questo cambiamento mi è sembrato troppo repentino. Peraltro, tale è forse l’unico difetto de’ LA VITA DA GRANDI: tolti i fratelli e Ugo, i personaggi di contorno avevano un potenziale che è stato poi lasciato cadere. Del resto, è un’opera prima e, tenuto conto di questo, è stato raggiunto un meritevolissimo traguardo!


La Vita da Grandi è un film a mio parere necessario: questo non perché l’ha diretto e coscritto un’artista che apprezzo davvero molto, bensì proprio per la tematica trattata. L’autismo, e con lui tutte le patologie legate alla neurodivergenza, è complesso da capire per chi non ha dimestichezza con il settore e questo può facilmente portare allo stereotipo. Sarebbe stato semplice esagerare l’insieme per ragioni di spettacolo, ma Greta Scarano, Matilda De Angelis e Yuri Tuci (nonché tutti gli altri coinvolti) sono stati bravi a mantenere il tutto sobrio, diretto, senza giudizio di sorta: una storia commuovente e al tempo stesso divertente. Recuperate questo film e approfitto per segnalare nuovamente anche UNICORNI: a mio parere, il 2025 italiano è stato ampliamente contraddistinto da questi due lungometraggi dolcissimi e capaci di esporre tematiche spinose con immenso rispetto. La Vita da Grandi è reperibile fisicamente in DVD e su Mediaset Infinity, Apple TV, Rakuten TV e TIMvision in formato digitale. Netflix offre invece la visione in streaming. 


 

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